Il Tomaverso, Salvatore Toma poeta della vita

Questo pomeriggio a Maglie, la Fondazione Capece e il Comune presentano una silloge di poesia. Non una novità, ma qualcosa che scava nella memoria per tornare di scottante attualità. Ho già parlato su questo blog di Salvatore Toma e di quanto gli scrittori magliesi appartengano al tessuto della memoria di ognuno – per me almeno è così.

Il tempo che passa sembra però privilegiare alcune informazioni e dimenticarne altre. Il meccanismo è difficile da comprendere – perché alcune cose passino e altre no – ma quello che speriamo è che questo volumetto rappresenti solo un assaggio – perché tale è – della poesia di Toma e un domani un grosso editore nazionale decida di pubblicare la sua intera opera edita, sei raccolte che sono esaustive del suo modo di pensare e di scrivere. Un modo incredibilmente moderno, vicino a chiunque abbia un animo sensibile.

Quello che colpisce sempre di Toma è in primis il suo modo di scrivere: lui, negli anni ’70 e ’80, scriveva con dei continui cambi di ritmo e di registro, cose che facevano anche i grandi poeti d’oltreoceano, ma qui in Italia non esisteva nulla del genere. E non esiste ancora, salvo rari casi – tipo Catalano o Benni. E devo ammettere che Toma ti costringe anche ad andare sulla Treccani di tanto in tanto, a controllare un vocabolo o addirittura un concetto. Al di là dell’enorme cultura classica che appare di prepotenza nei suoi scritti.

L’altra cosa che affascina è la molteplicità e la contemporaneità di temi trattati: l’amore per gli animali e per la vita in ogni sua forma, la cultura come necessità e mezzo espressivo fondamentale, l’amicizia, il «lessico famigliare», il rigetto per qualsiasi forma di spettacolarizzazione del dolore. È questo e molto altro Toma.

E quindi – dicevo – un assaggio lo troverete in questo volume, realizzato con la supervisione di Paola Toma, che ha concesso anche uno scatto del poeta direttamente dai suoi archivi. Lo porteremo durante gli eventi della Fondazione Capece e il denaro raccolto sarà devoluto a un’associazione che si occupa della tutela degli animali, quegli stessi animali cui Toma ha provato a dar voce nei suoi versi.

UPDATE: una cosa – che non è di poca importanza – che ho dimenticato di scrivere. La copertina è un’immagine scattata dallo stesso poeta, che è stata concessa dalla famiglia per la pubblicazione. Quella che vedete è solo una parte della foto, che si svolge per tutta la lunghezza, del dorso e della quarta.

Ogni maledetta volta

Un piccolo pensiero prima di andare a letto. Ogni volta che apro un giornale, non mi aspetto mai che all’interno io possa leggere di una morte conosciuta. È “colpa” della distanza che mettiamo, che dobbiamo metterci noi giornalisti, distanza che è necessaria ad andare avanti – anche se io non sono propriamente brava in questa cosa, non lo sono stata mai. E oggi ho letto sul giornale di un ragazzo che conoscevo, e che era amico di G., anche lui non c’è più. (Vi ho parlato di G. in questo post).

Credo che di questo ragazzo, un po’ più giovane di me, non ricorderò quelle volte in cui sono stata sua cliente al bar, né di tutti i pomeriggi in cui Azzurra mi trascinava al Caffè Leopardi perché le piaceva, né quell’unica volta in cui ho fatto Lu Riu con G., i Mascarimirì e il Canei alla pesca. Mi ricorderò di quando questo ragazzo ha fatto riavere alla famiglia i quadri di G. che rischiavano di andare perduti dopo la sua morte.

Perché non sempre è facile prestare rispetto agli altri quando sono vivi, ma è un buon segno quando lo si fa sia quando sono vivi, sia quando sono morti.

Il ritorno del gatto col cappello, il Dr Seuss ci insegna l’alfabeto

Partiamo dal fatto che ho sbagliato a comprare questo libro, perché prima avremmo dovuto leggere “Il gatto col cappello matto”. Ho peccato di inesperienza con il Dr Seuss e mi sono lasciata troppo guidare dall’istinto. In ogni caso, ho ancora una volta per le mani un libro non per piccolissimi, anche se pure i bambini sotto l’anno potrebbero trovarlo piacevole per le ragioni che ora vi spiegherò.

“Il ritorno del gatto col cappello” parla appunto di un milione mattacchione e pasticcione che torna a trovare due fratellini, intenti a spalare la neve dal dialetto davanti casa. I due piccini conoscevano già il gatto (perché l’avevano incontrato ne “Il gatto col cappello matto”) ma si lasciano trascinare comunque in un divertentissimo ed educativo turbine di guai.

Perché il gatto, mentre i bimbi spalano la neve, decide di fare un bagnetto mentre mangia un’intera torta, lasciando la vasca sporca con un anello rosa di dimensioni gattesche. La vasca viene pulita con l’abito bianco di mamma, l’abito con un muro, il muro con le scarpe buone di papà, e così via. Finché il gatto non si fa aiutare dai suoi via via più piccoli aiutanti che portano il nome ognuno di una lettera dell’alfabeto.

Dico che anche i bambini sotto l’anno potrebbero apprezzarlo, perché di solito amano il suono delle rime e prendono familiarità con le ripetizioni, di cui questo volume è zeppo.

L’ho trovato molto interessante, come trovo interessanti un po’ tutti i metodi didattici incontrati finora dal Dr Seuss. Mi piace il suo modo di parlare ai bambini anche di tematiche che gli adulti nasconderebbero loro, in modo semplice, diretto, senza giri di parole, ma anche riservando l’orrore che questi temi potrebbero portare con sé (vedi “La battaglia del burro“).

Una cosa che noto, infine, è che i bambini subiscono una certa fascinazione da parte dei gatti. Ne ignoro il perché. Sarà la loro calma serafica, sarà che a differenza dei cani moltissimi gatti si assomigliano tra loro e quindi sono facilmente riconoscibili. Sono supposizioni le mie, ovviamente, ma è un po’ buffo che la letteratura per l’infanzia non possa prescindere da gattini e coniglietti.

Io, Lauro e le rose di Mario Artiaco, la consapevolezza cruda del male

In questo post sono contenuti degli spoiler. Se non avete letto il libro e temete di rovinare la lettura, non proseguite. Approfitto di questo post per ringraziare Gaia e Giovanni, che mi hanno permesso di conoscere questo libro, che, come spiegherò, essendo autoprodotto, non beneficia dei canali di cui godono editori piccoli e grandi.

Qualche giorno fa sono stata ospite a Lecce del Rainbowmay, con Giovanni Minerba, le associazioni Lea, Agedo e Arcigay. Abbiamo presentato il romanzo d’esordio di Mario Artiaco, “Io, Lauro e le rose”. Non fatevi ingannare dal fatto che si tratti di un’autoproduzione: il libro è emozionante, duro come un calcio nello stomaco ma anche foriero di tenerezza.

Di cosa parla “Io, Lauro e le rose”? È la storia di un’amicizia, quella tra Diego, il narratore onnisciente, Lauro, amico un po’ più in ombra perché capitano volte in cui si è meno fisicamente presenti, e Raffaele, il protagonista della storia. Raffaele assomiglia, sia nel corpo che nello spirito a Garrone, il corpulento gigante buono del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. I tre sono amici da giovanissimi, ma due di loro ignorano alcuni segreti che Raffaele si porta dietro.

Diego inizia a scoprirli, ma restano comunque ancora delle macchie scure, quando Raffaele si ammala e gli chiede di scrivere la sua storia. Una storia triste, che lascia il lettore in lacrime, quella di Raffaele. La madre l’ha mandato a lavorare a venti chilometri dal loro paese, dov’è ospite a casa di un prete pedofilo. La cui violenza si abbatte su Raffaele, che intanto ha dovuto subire l’outing del fratello – che ha raccontato tutti che Raffaele fosse omosessuale e che morirà per droga di lì a poco. La morte del fratello è la molla per Raffaele per ribellarsi, per colpire il suo aguzzino e costituirsi, aiutato da un prete buono, che lo aiuterà dentro e fuori la prigione. Ma una volta uscito, Raffaele dovrà affrontare l’omofobia che come un fantasma grava sulla sua testa – senza però rivelarsi davvero nella sua virulenza – ma incontrerà anche l’amore di Luigi, il perdono della sorella, anche lei abusata dal prete pedofilo, e una rinnovata amicizia con Diego sempre al suo fianco, anche nei giorni più bui della sua malattia.

Come ho detto qualche sera fa, io non lo so se esista un altro libro del genere. Non so se esista un equilibrio tanto stabile tra amicizia e violenza: da un lato le scorribande dei ragazzini, quella voglia matta di incontrare il proprio idolo, come se lui potesse cambiare le cose con uno schiocco di dita e un gol da centrocampo. Dall’altro l’orrore che si abbatte su chi invece porta un fardello enorme con dignità, con la pace nei confronti del prossimo.

La struttura narrativa è un po’ particolare, perché si evolve come si trattasse di un diario, il diario di Raffaele dettato a Diego. Nella prima parte del romanzo vengono presentati i personaggi: è una presentazione lunga la loro, empatica. Perché chi, come me, è stato ragazzino negli anni ’80 non potrà fare a meno di immedesimarsi.

Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli, un libro per tutti i sessi

Tempo addietro avevo scritto un articolo su questo libro, non appena era terminato il crowfounding. Quando l’ho visto in libreria, non me lo sono fatto sfuggire, pensando però che sarebbe stato più un libro per me che per Rocky. Così non è stato: a lui piace molto. Abbiamo iniziato a leggerlo, ma ancora non l’abbiamo finito: è questo il bello di questo volume, possiamo leggere alcune storie per volta, lasciarlo e poi riprenderlo quando vogliamo.

Una delle storie che ha avuto su di me maggiore presa è quella – per ovvie ragioni – di Anna Politkovskaja. Rocky era tutto attento e secondo me si è chiesto perché la mamma in quel momento si sia commossa. Nonostante la tragedia, in questo libro non ci sono drammi: ci sono solo storie di donne che hanno lottato e che forse un giorno finiranno sui libri di storia, ma non adesso.

Quello che mi attira di questa pubblicazione – e la ragione per cui la sto facendo leggere a un bambino maschio – è proprio questa: ci sono una serie di ragioni per cui gli eroi della Storia, finora, sono stati in gran parte uomini (sì, c’è stata per esempio Elisabetta I, che figura anche nel libro, ma parliamo comunque di mosche bianche). Il Novecento è stato davvero un gran bel secolo per essere una donna: è in questi cento anni che si sono costruite delle figure femminili memorabili, da Rita Levi Montalcini a Margareth Thatcher – che piaccia o no – ed è giusto che anche i maschietti apprendano la loro portata rivoluzionaria.

In un gruppo di lettura su Facebook, qualcuno affermava che la ribellione non sia un buon insegnamento per i bambini. Peccato che tutto quello che abbiamo oggi sia frutto di ribellione. Quello che ci hanno insegnato Galileo Galilei, Giordano Bruno e perfino Mark Zuckerberg è stato il frutto di una ribellione. Necessaria per poter andare avanti nella civiltà, non solo per quelli come me, che da giovani sentivano i CCCP e «tifavano rivolta».

Oh quante cose vedrai!, il Dr Seuss che guarda al futuro dei bimbi

Quando ho letto questo libro per la prima volta – lo confesso – mi sono commossa. Era il primo compleanno di Rocky e questo era uno dei libri che gli avevo comprato in regale. Curiosamente, il volume inizia con «Oggi è il tuo giorno», quindi prende le mosse dal compleanno di un bambino.

Il Dr Seuss stavolta ricorre alla filosofia per spiegare ai bimbi che nella vita bisogna fare tesoro del proprio talento, studiare, andare avanti, ma non è detto che ogni tanto non si trovino degli ostacoli o degli stop sul proprio cammino. “Oh quante cose vedrai!” è un’incitazione dolce ad andare avanti, per i bimbi che hanno «la testa piena di cervello» e «le scarpe piene di piedi». Il cammino è naturalmente metaforico e indica la “nazione della conoscenza”. I bambini vengono chiamati a scegliere nella loro preadolescenti – quelli italiani almeno – cosa dovranno essere da grandi e portare nel cuore questo libro potrà essere d’aiuto quando Rocky sarà grande.

Le città insolite e quasi visioni sotto acido che il Dr Seuss descrive altro non sono che le varie materie di studio e di lavoro: le scienze, la giurisprudenza, l’economia, le materie umanistiche, la medicina, le arti sceniche. Si può anche scegliere di cambiare strada – e questo è importante – quando non si vedono sbocchi.

I disegni sono particolarmente interessanti – accennavo alle visioni sotto acido – perché sono coloratissimi e pregnanti. È davvero molto difficile che per qualcuno passino inosservati: sono strani, ma al tempo stesso descrivono per metafore le cose alla perfezione.

Pop up DeAgostini, tutte le storie che non ti aspetti

Tra tutti i pop up che ha, i preferiti di Rocky sono quelli delle edizioni DeAgostini. Quelli in nostro possesso sono quelli che ho inserito nell’immagine e che ho trovato nella mia libreria di fiducia – i libri non mi piace acquistarli su Internet a scatola chiusa, a meno che non debbano arrivare da oltreoceano e io sappia esattamente di cosa si tratta e siano cose che non posso trovare vicino. Mi dicono che molti sono esauriti, dato che sono usciti un po’ di tempo fa e hanno goduto di un grande successo.

E lo credo bene. Questi libri pop up, tutti scritti in rima, sono divertentissimi. In ognuno c’è di solito un animale o due che escono letteralmente fuori dalla pagina, quasi a interagire con il bambino. I migliori sono a mio avviso “Animali della giungla” e “Tutti a nanna”, anche se Rocky apprezza per lo iù quelli in cui si parla di coniglietti, chissà perché. (In “Tutti a nanna”, per esempio, ci sono «I fratelli De Coniglis» che «sono due birichini», perché «invece di dormire fan la battaglia coi cuscini, ma arriva papi: Basta confusione! e i fratellini filano sotto al piumone»).

Ho iniziato a leggerglieli dal primo mese di vita e lui ha sempre gradito. Non solo: credo che se i bimbi apprendono dall’inizio a non strappare e giocare con i libri, comprenderanno presto che le cose migliori al loro interno sono le storie.