Qualche consiglio a chi comprerà la Gazzetta del Mezzogiorno

Al momento in cui scrivo è il Gazzetta Day, questo post uscirà domani e magari ci sarà già chi acquisterà le azioni della Gazzetta del Mezzogiorno, che è stata commissariata e potrebbe avere un futuro incerto. La mia voce è flebile, lo è sempre stata, non solo perché sono la corrispondente di un paese sperduto del Salento. Molto spesso tengo per me le mie idee o al massimo le butto qui, su un blog che in pochi leggono perché – diciamocelo – chi legge ormai i blog?

I miei consigli partono proprio dal modo in cui viviamo oggi, che non è il modo in cui vivevamo 10 anni fa e neppure l’anno scorso. Non si tratta semplicemente di tecnologia e del modo in cui gli uomini la percepiscono e la usano, ma si tratta più che altro del modo in cui una tendenza va abbracciata con la consapevolezza che non sia per sempre. In altre parole, oggi un social network funziona, ma il modo in cui funziona va implementato. Esistono tattiche, strategie per farlo (ovviamente senza ricorrere al click bait). E professionisti ad hoc. Lo stesso vale per un sito internet che andrebbe rivoluzionato a partire dalla grafica. Ma anche i contenuti dovrebbero cercare di essere più appetibili. Finora siamo stati troppo locali e troppo seri e troppo ancorati ai sistemi tradizionali (che vanno benissimo, eh, ma è giusto battere anche strade diverse). E va anche bene essere locali e seri. Ma non ci deve essere solo quello. La Gazzetta online si dovrebbe aprire a notizie dal mondo che sono in tendenza su Google o sono solo insolite, magari in una sezione a parte. Il cartaceo è già molto collaudato, anche se – immagino – tutti siamo perfettibili. Ma quando si va online secondo me c’è ancora tantissimo da fare.

Va da sé che ci dovrebbe essere una redazione online – so che in parte è già presente, ma potrebbe essere rafforzata e potenziata – magari anche attraverso l’aiuto di chi già lavora in Gazzetta, come i corrispondenti locali. Tra loro ci sono persone che hanno sviluppato esperienza del mondo online – non parlo di me, non necessariamente – che conoscono le regole Seo. Alcuni tra i miei colleghi lavorano in testate locali online che sono davvero molto ben indicizzate e questo è un valore aggiunto.

Poi c’è una questione importante sul piatto. Le paghe dei collaboratori: è giusto che siano capillari e adeguate al potere d’acquisto della moneta. So che purtroppo il mondo online ha diffuso in questi anni un sistema – che è pur sempre a cottimo – ma tende sempre più al ribasso. Un collaboratore, soprattutto i corrispondenti locali, fanno spesso un lavoro che è lungo, tortuoso e richiede molto tempo. Non si tratta solo della stesura di un articolo, si tratta di raccogliere informazioni e verificarle. In questo i miei colleghi sono imbattibili da decenni. Senza contare che un collaboratore più sereno dal punto di vista del trattamento economico significa un collaboratore che è tranquillo di fronte al ricatto di un’eventuale querela.

La Gazzetta del Mezzogiorno è davvero un ottimo punto di partenza. Il nostro materiale umano è ricco, variegato e professionale. Ma naturalmente tutto si può migliorare. Se chi l’acquisterà avrà la lungimiranza di apportare delle piccole modifiche, otterrà un’informazione potente, sempre più autorevole. E di questi tempi è davvero necessario.

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Ho intervistato Billy Zane

Ieri, sull’edizione nazionale della Gazzetta del Mezzogiorno, è uscita la mia intervista a Billy Zane, che è stato un Puglia per girare una black comedy diretta da Davide Dapporto. Potete immaginare come, da fan di Twin Peaks, io sia stata davvero eccitata nell’incontrarlo in conferenza stampa e poi potergli chiedere anche qualcosa del mio telefilm preferito di sempre.

Billy Zane innamorato della Puglia. Sono terminate da qualche giorno le riprese di “Stay Sereno! Stay Calm”, con la regia di Davide Dapporto, figlio di Massimo e nipote dell’indimenticabile Carlo. Zane, “supercattivo di Hollywood” è il protagonista di questa pellicola, che l’ha portato in provincia di Lecce nelle scorse settimane. Zane è molto celebre per alcuni ruoli da villain, da uno degli scagnozzi di Biff Tannen in “Ritorno al futuro” a Hughie Warriner in “Ore 10: Calma piatta”, passando per Cal Hockley in “Titanic”, oltre ad aver interpretato se stesso dapprima come amico del protagonista in “Zoolander”, poi in qualità di deus ex machina in “2oolander”. L’attore compare anche nella seconda stagione “Twin Peaks”, nel ruolo di Jack Justice Wheeler: durante la terza stagione, la sua assenza ha scatenato teorie di trama su Reddit. “Stai sereno!”, prodotto dalla GiKa Productions di Gian Gabriele Foschini e da Guido De Angelis, è un film che parla di un machiavellico politico, che si ritira in una villa per la sua campagna elettorale – dove i canali social lo accompagneranno.
Zane, qual è la sua impressione a caldo sul film che avete girato?
«Appena ho letto la sceneggiatura di “Stai Sereno!” scritta da Nunzio Bertolami e Davide Dapporto, ho capito che sarebbe stata un’ottima occasione per affrontare con i toni della commedia, un argomento che, come l’amore, non tramonta mai: la politica e le sue strategie, che al giorno d’oggi sono sempre più vicine a quelle del marketing. Ho lavorato in armonia con il resto del cast: Samantha Capitoni, Francesco Meoni e Corrado Fortuna. Oltre a essere degli ottimi attori sono diventati degli amici. Ho invitato tutti a Los Angeles».
Durante la conferenza stampa, il regista Dapporto ha spiegato che lei si è calato subito nella parte, dandogli anche dei consigli. Ci sono affinità tra il personaggio che sta interpretando e altri che ha già interpretato nella sua carriera?
«Con il regista abbiamo collaborato per rendere il protagonista, Giorgio Martini, ministro della Cultura italo-americano, un mattatore credibile e carismatico. Il mio personaggio mira a diventare Primo Ministro, in un Italia che (come gli Stati Uniti) ha perso il senso critico e premia più i comici che i politici. Ma poi qual è la differenza? Ho accettato questo ruolo perché è lontano da tutti i personaggi interpretati finora. Una sfida con me stesso più che con il ruolo».
Il film parla anche della tecnologia nelle nostre vite: cosa ne pensa?
«Le nuove tecnologie rivolte a potenziare i social media sono fondamentali per i politici oggigiorno. Ogni politico che si rispetti ha una pagina Facebook, Twitter, Instagram per comunicare con i propri follower. Anche se i social sono ormai frequentati da tutte le fasce di età, la politica cerca di rintracciare, recuperare e affascinare i cosiddetti Millennial, che sono distanti dalle dinamiche del potere».
Come ha trovato la Puglia, cosa le piace di più?
«La Puglia è una terra meravigliosa e nel tempo libero ho cercato di visitare i posti più suggestivi del Salento, tra Lecce, Gallipoli, Leuca e Otranto che ci ha ospitato per 4 settimane, dove il mare Adriatico si fonde con il mar Ionio. Con me riporto i colori e i sapori unici che ho avuto in dono da questa regione».
A proposito di black comedy, avrebbe voluto far parte della terza stagione di “Twin Peaks” o pensa che il suo personaggio di allora avesse esaurito tutte le potenzialità?
«John Justice Wheeler è presente nella terza stagione di Twin Peaks! L’abilità di Lynch è quella di averlo reso invisibile anche se la sua presenza è percepibile in ogni fotogramma».

Salva la cheerleader, salva il mondo

Fonte foto: Facebook @ Salviamo la Gazzetta del Mezzogiorno

Il discorso che voglio fare oggi è un po’ complesso. Probabilmente non scriverò tutte le cose che penso o che ho capito e non di questo caso specifico, ma del giornalismo italiano in generale, dei due minuti d’odio, dei wannabe, dell’intransigenza della tradizione e di un certo sistema che mi riservo di non nominare.

Faccio un passo indietro.

Ho molto pudore e riservatezza di tante questioni che riguardano il mio lavoro. E infatti qui ne racconterò solo una parte che ormai è storia – e in parte cronaca. Ho sempre avuto la sensazione che il mio lavoro cambi ogni giorno, e non solo perché cambiano le notizie che devo scrivere. Poco più di 9 anni fa ho avuto quello che in un certo senso ho sempre ritenuto un colpo di fortuna: sono entrata in un network di news online. Questo lavoro è stato oggetto di frequenti trasformazioni – per un periodo sono stata praticamente ferma, se escludiamo un impegno di un paio d’ore alla settimana, perché la testata principale su cui scrivevo aveva chiuso. Ora che ha riaperto e non sono stata richiamata, mi sono spesso interrogata sul fatto di non essere all’altezza. È un dubbio che cerco di liquidare in qualche modo, diciamo che preferisco non pensarci. Questo però mi dà un vantaggio. Anche se altri colleghi non mi considerano, io so di comprendere molto più e molto meglio di loro il mondo del giornalismo online. E ho anche una visione molto più rilassata di chi si prende troppo sul serio.

Per un periodo ci ho provato pure io a prendermi sul serio. E sono diventata una corrispondente de Il Vostro Quotidiano. Ora, chi ha seguito la cronaca, sa come sia andata a finire quell’avventura che appariva molto promettente (andatevi a cercare le varie storie su Google), ma dal mio punto di vista sono finita nel giro di 8 mesi senza aver ricevuto mai uno stipendio e con il giornale che naturalmente ha chiuso. A un certo punto c’è stato qualcosa come una class action, ma non ricordo neppure cosa sia accaduto alla fine. Molti avvenimenti li ho rimossi.

È una vita che io lo so come si sta a non essere pagati. A stare senza lavoro. Ma ho la fortuna di svegliarmi ogni mattina e sapere che le cose cambiano. E finora sono cambiate in meglio. Per tante avventure sfortunate, ne ho vissute altrettante fortunate. Però ho sempre quella sensazione di precarietà che mi accompagna. Come se, da un giorno all’altro, uno dei giornali per cui lavoro dovesse chiudere. E mi dovessi ritrovare, ancora una volta, a 40 anni, a inventarmi qualcosa.

Questa precarietà l’ho sempre avvertita in tutti gli ambiti tranne uno. E questo si chiama Gazzetta del Mezzogiorno. Io sfido chiunque a pensare che una testata antica di 130 anni possa avere dei problemi. Eppure è quello che sta accadendo. Non mi soffermerò su quello che è accaduto all’editore, perché lo trovate anche questo con Google e non c’entra con il mio lavoro o quello dei miei colleghi – tutti, nei vari settori di un giornale si è colleghi – ma al momento la testata è commissariata e quindi le cose cambieranno, qualcuno – mi auguro – la acquisterà.

Ci sono molte cose da dire sul riscontro che la questione può avere sul territorio. Glisso sulla solidarietà espressa da qualcuno e cerco di notare come abbia letto delle cose anche molto offensive. In un certo senso è un segno dei tempi, ma d’altra parte continuo ad avvertire lo scollamento che c’è tra noi e chi non lavora in un giornale. Noi raccontiamo ogni giorno le storie degli altri e taciamo le nostre. Sarà il caso che ogni tanto cominciamo a mettere da parte pudore e discrezione? (E magari non lo facciamo solo nei momenti di crisi?)

Ci sono tante idee che mi sono fatta sulla questione e la mia esperienza potrebbe anche essere utile per un eventuale rilancio del giornale. Mi piacerebbe molto dare dei suggerimenti, ma sono solo una giornalista periferica che non ha nessun peso per nessuno e che oggi si sente un po’ più precaria del solito.

Intanto, c’è questa iniziativa. Se avete piacere a prendervi parte, nel post che embeddo c’è come fare.

Ciao ciao G(enio)

Il primo libro che ho letto di Andrea G. Pinketts è stato “Nonostante Clizia”. Quello che inizia così: «La vita è un cortometraggio. Hai voglia di fare un kolossal, ma non basta la pellicola». Ho iniziato da un libro strano, nel senso che all’epoca quello era l’ultimo uscito della saga di Lazzaro Santandrea. Poi ho letto anche gli altri, finché non c’è stato un momento che ho iniziato a notare qualcosa che non andava. Bozze scorrette, una verve narrativa che non era più la stessa in termini di storia – non di stile. Sì, alla fine romanzi come “Ho fatto giardino” e “Depilando Pilar” mi sono apparsi pesanti esercizi di stile. Ma quest’ultimo ha qualcosa che gli altri non hanno mai avuto: parla, tra le altre cose, di una malattia.

E insomma, Pinketts se n’è andato un po’ come il razzo di Oscar Wilde. Ma non chiamiamolo icona – benché i contenuti della sua scrittura fossero iconici: la Mont Blanc con cui vergava i suoi romanzi rigorosamente scritti a mano, le sue giornate a Le Trottoir, un locale milanese dei Navigli se non erro, i cazzotti à la Bud Spencer, il sigaro, il Pernod. Perché a un certo punto era davvero difficile distinguere Pinketts dai suoi alter ego, Lazzaro Santandrea e Lazarus Saint André, l’ex asso degli assi del giornalismo internazionale. Chiamiamolo con il suo nome G(enio) – ché poi quella G non si è mai capito cosa fosse, ma si prestava bene all’ipotesi.

Se c’è un pregio che va riconosciuto a Pinketts della sua scrittura – almeno fino a “Nonostante Clizia” – è che questa era ricchissima. Ricchissima di battute, di giochi di parole, ma soprattutto di storie. Come ne “Il conto dell’ultima cena” – senza dubbio il mio preferito – in cui Pinketts raccoglie le vicende delle apparizioni della Madonna e le interseca in un giallo davvero incredibile. Proprio lui, idolo pop più potente ed evocativo di quell’altra Madonna – la signora Ciccone – lui che aveva temerariamente inserito il suo numero di telefono nella prima pagina di “Fuggevole turchese”, permettendo all’intera Italia di telefonargli, di parlare con lui.

E lui rispondeva sempre, alle mail come alle telefonate.

Sarei ipocrita se dicessi che sapere della sua morte non mi ha fatto male. I libri che leggiamo, i libri che amiamo diventano parte di noi. Noi diventiamo le storie. Un mosaico di storie che si intrecciano con i nostri pezzi di Dna. È quello che è successo a me. È quello che è successo a chissà quante persone che hanno almeno sfogliato i libri di Pinketts, anche quelli che non ricordano più i titoli.

E non lo so, io ancora non ci credo. E penso: Andre’, non fare scherzi, tanto lo so che alla fine – come Lazzaro – risorgi.

Lacrime di marinaio (le poesie inedite della giornalista precaria)

Lacrime di marinaio
Porto sicuro la mia bocca dalle tue carezze
Bicchiere dopo bicchiere
Un bianco mare
Fondale di bollicine
Accoglie la vita senza chiedere il prezzo
«Ti sto solo accompagnando»
Dice al pesce
Che nel piatto boccheggia
Boccalone
«Io non ti amo» aggiunge
Ma la rana pescatrice ha
Una storia al passato
Finita in padella per amore di un amo
Sognando il frizzante solletico del palato

Rubare il tempo (le poesie inedite della giornalista precaria)

La sabbia nella clessidra
è un’impronta sul cuore
che scuote come terremoto
– perché la sabbia è per giocare
sulla spiaggia
facendo castelli in aria
che poi ci distruggeranno.

Il tempo è un gatto
che ci ruba il fiato
mentre ci barrichiamo
nelle torrette
tra i merli
di un castello che non c’è.

Dove sono i sorrisi?
– È come se l’eco si fosse spenta –
dopo la valanga che mi opprime
un petto sgonfiato
troppo vecchio per reagire.

E se il domani non fosse che un oggi
che non abbiamo ancora vissuto?
Mentre ritiro le lenzuola, il sole
caldo non può scaldarmi.

E allora trovo sabbia nelle pieghe
le scuoto, la lascio andare
nel vento.

I granelli mi colpiscono in faccia
mi rigano gli occhi.

E l’impronta sul cuore continua a scuotermi.

I love Luca Sofri

Da un po’ di anni, c’è un festival nel Salento, che si chiama “Io non l’ho interrotta”. Lo organizzano dei miei conoscenti e ho trovato sempre il programma molto interessante, ma fino a quest’estate non ero ancora riuscita a vincere la mia idiosincrasia che mi spinge a restare a casa, a guardare tutto da lontano. L’ho vinta per un motivo, e si chiama Luca Sofri.

Sofri è il direttore del Post, la testata che leggerei all’infinito. Se dovessi spiegare con una sola parola cosa mi piace del Post, quella parola sarebbe «chiarezza». Il Post pubblica articoli lunghissimi sugli argomenti più disparati. Non sono lunghissimi perché sono prolissi, ma perché cercano di condensare tutte le informazioni che sono necessarie al lettore per comprendere davvero un fenomeno, una notizia di cronaca, un concetto di economia, e così via.

Alla fine del suo intervento – si è parlato molto di post-verità e di fake news e ho adorato la sua posizione che, a differenza di altri, non è di condanna verso Internet come medium – ho anche chiesto a Sofri di autografarmi per Rocky il suo libro “Notizie che non lo erano”. Sono riuscita a iniziarlo da poco e, se devo essere sincera, ne sono assolutamente appassionata.

Il volume, per il momento, è un excursus che prende le mosse da una rubrica che Sofri teneva sulla Gazzetta dello Sport. Non era una vera e propria rubrica di debunking quanto di analisi profonda sulla veridicità delle notizie, andando però a scandagliarne le radici. Per capirci: il debunking si limita a risalire alla fonte e ad attestare se una notizia è vera o falsa, mentre quello che faceva Sofri era cercare di dare gli strumenti ai lettoti per comprendere come si fa. Per permettere loro di essere autonomi nel distinguere una bugia dalla verità. E soprattutto rifuggire quella cosa che è peggiore di tutte e che si chiama post-verità – cioè quando, un po’ per orgoglio, un po’ perché la notizia ci ha colpito la pancia senza passare dal cervello, diciamo che è il concetto che è importante, non se qualcosa sia accaduto veramente.

È un processo difficile, tanto che anche bravi giornalisti ci possono cascare. A volte ci facciamo prendere dall’enfasi che la pancia porta con sé. Non è un processo volontario, non sempre, anche se immagino che, come in tutte le categorie, qualcuno che fa il furbetto c’è sempre. Ma è un processo che mi affascina. Come mi affascina Sofri dal punto di vista giornalistico.

È da quando ho letto l’articolo su Masha & Orso sul Post – quello in cui ho imparato cosa sia un samovar – che fantastico di scrivere per lui. A volte penso che mi piacerebbe prendermi una giornata di pausa da tutto e scrivere un articolo su qualcosa che sono riuscita ad approfondire molto bene e inviarglielo, nella speranza di poter far parte un giorno di una squadra in cui, come scrisse una volta la mia amica Luana in una rettifica, non «sono gli spazi che dettano i tempi della narrazione».

Poi torno tranquillamente nella mia mediocrità.

Alla fine non so se sono una brava giornalista, io faccio del mio meglio. Quel che è certo è che sono un’ottima lettrice.