Gli anni ’90

Io non me lo ricordo come sia nata la mia passione per la cultura pop. So che nei primi anni ’80 Tele Terra d’Otranto trasmetteva in rotazione un concerto di Madonna e da lì non ho capito più molto. Perché a un certo punto sono arrivata alla conclusione che non esista altra cultura oltre alla cultura pop. Gli anni della mia infanzia hanno contato parecchio. I Cure e “Boys Don’t Cry”, i Soft Cell, gli Smiths e “Ask”, ma soprattutto i New Order e “True Faith”. Ancora il cinema non era qualcosa che mi appartenesse completamente, a parte l’intera filmografia italiana comico-erotica e quei film allora relativamente recenti che oggi sono diventati dei classici, da “Fantozzi” ad “Amici miei”.

La mia vera formazione però è avvenuta negli anni ’90. Quando qualcuno a scuola mi chiamava Brenda di Beverly Hills perché avevo la frangetta e un modo ammiccante di sorridere – sì, nella mia adolescenza ero magra e carina.

È stato allora che abbiamo iniziato a guardare le serie televisive con una certa assiduità e continuità. Twin Peaks e Beverly Hills 90210 in primis – i due dizionari delle serie tv cult di Matteo Marino e Daniel Cuello sono illuminanti per il fenomeno. X-Files (anche se a me non piaceva). Poi Friends. Buffy. Will & Grace. Se – come scriveva il social media editor del Post tempo fa – non sapevamo esistessero i finali di serie prima di Netflix, prima di Twin Peaks ignoravamo il perché della continuità, a meno che non parlassimo di telenovelas e soap opera. Ché per quelle, se perdevi una puntata, eri perduto tu stesso.

Poi ovviamente c’era il cinema, ed era bellissimo. Perché fu allora che cominciarono a proliferare i biopic, soprattutto quelli musicali. E furono girati capolavori come Clerks, Rushmore, Trainspotting, Strade Perdute. Anche se forse, l’anno migliore in assoluto per il cinema fu il 1999, il tornello verso il nuovo millennio, salutato da Fight Club, Magnolia, Il giardino delle vergini suicide.

E la musica. Da Britney Spears ai Verve. Dai Pulp a “Bedtime Stories”, a mio avviso il disco migliore che Madonna abbia mai realizzato. E poi Bjork e Marilyn Manson che dà un nuovo senso a “Sweet Dreams” degli Eurythmics.

A volte finisco per pensare che nell’ultimo periodo tutto questo mi venga in mente perché vorrei tornare giovane. Negli anni ’90 avevo molti pensieri differenti, come il rigetto per il posto fisso, che a un certo punto mi sono ritrovata a desiderare, fagocitata dagli impegni, per poi comprendere che no, il mio lavoro è decisamente fico quindi va bene così. Le storie e le poesie che scrivevo allora, be’, sono davvero imbarazzanti (forse solo il mio prof di fisica ne conserva traccia sugli annuari cui lavorammo insieme).

Tutto sommato sono contenta di come sono ora, anche perché le mie «spigolosità» non sono nate ieri. Però a volte penso che in questo revival artistico degli anni ’90 ci sia un certo bisogno di riconoscersi, di rifugiarsi in ciò che è noto. Anche se l’uguale e il diverso coesistono e non per nemesi. E quindi, mal che vada, mi faccio una playlist amarcord su Spotify e poi mi immergo nella visione di “Ragazze a Beverly Hills” o dei due Batman di Joel Schumacher.

“In acque profonde” di David Lynch

La mia non vuole essere una recensione su questo libro che ho finito di leggere di recente – sono sempre molto eccitata ultimamente quando termino un libro che non abbia i pop up. Vuole essere invece una riflessione sul perché l’ho letto e cosa ci ho trovato.

Mi hanno regalato “In acque profonde” per caso. È molto difficile che non compri o non faccia comprare in libreria e chi me lo ha regalato l’ha visto tra i suggerimenti di Ibs mentre si adoperava per farmi giungere dagli States il romanzo di Mark Frost su “Twin Peaks” in lingua originale. Ero però molto curiosa quando è arrivato, forse perché la mia domanda è sempre la stessa: come funziona la creatività in un vero artista? Non parlo di gente come me che scrive libri che potrebbero essere discutibili, ma di un artista riconosciuto com’è appunto David Lynch.

Ho sempre trovato che i film di Lynch siano tutti collegati in qualche modo e l’ultima stagione di Twin Peaks ne è la prova. Mio fratello Sandro dice sempre che anche i geni hanno una sola buona idea nella loro vita, e ho pensato che potesse essere questa la ragione. Che poi, io non so se questa frase di mio fratello non sia da prendere con le pinze, perché i suoi sono sempre dei postulati che lasciano il tempo che trovano.

Lynch attribuisce i suoi meccanismi creativi alla meditazione trascendentale – che, ho scoperto, si occupa anche di far insegnare ai meno abbienti grazie a una fondazione benefica a suo nome (il ricavato del libro finanzia tra l’altro questo progetto). E sicuramente la meditazione ha un grosso ruolo nella bellezza delle sue opere, ma secondo me non bisogna confondersi: la meditazione trascendentale è per Lynch un tramite attraverso cui le idee emergono. Non sono idee tutte sue. Ci sono esperienze, ci sono casi di cronaca – leggendo il libro, capisci che in effetti “Strade Perdute” è una pellicola sul femminicidio e su un disturbo mentale che costringe alla rimozione di azioni davvero orribili che vengono compiute – ci sono poesie, libri, quadri, musica (oh sì, la musica è decisamente un capitolo a parte). No, non mi serviva un libro per capire che David Lynch è l’intellettuale più lucido e stimolante del nostro tempo, ma queste pagine me l’hanno ricordato.

La parte che mi è piaciuta maggiormente è quando Lynch spiega come ognuno abbia bisogno di serenità per lasciar fare alla creatività. La serenità sembra che di questi tempi sia una chimera. Basta leggere i giornali per essere continuamente upset, sballottata tra diversi pensieri in lotta tra loro. Forse il Tibet è l’unico luogo che ci potrebbe salvare. Non intento il Tibet fisico, quanto quel luogo dentro di noi che aspira alla pace. Sì, la pace è – dicendola con David Lynch – la più grande aspirazione dell’essere umano, ma viene troppo banalizzata. Perché è difficile da raggiungere, ma non impossibile.

La paura del presente

Qualche tempo fa, la mia amica e collega Valentina scrisse qualcosa di molto importante su Facebook. E cioè che la morte di un innocente fa diventare il nostro lavoro molto difficile. A me la cronaca nera capita di rado, lei la fa ogni giorno. Non la invidio per niente, anche se lei è molto brava. L’ultima volta che ho accettato di fare la nera fu per il funerale di una 18enne morta di meningite. A causa delle impossibilità da mamma, quella fu l’ultima volta, ma so che non sarà l’ultima in assoluto.

Non è sempre stato così, una volta pensavo che fare la cronaca nera fosse la mia massima aspirazione. Avevo 18 anni e stavo facendo il colloquio per Nuovo Quotidiano di Puglia. Mi accompagnò a Lecce Giuliana, che lavorava già per quel giornale. Il redattore con cui avrei parlato si chiamava Renato e, senza smontare l’entusiasmo dei miei 18 anni, mi spiegò che la nera era più complessa di quello che pensassi. Più difficile e anche più pericolosa. Ovviamente il tempo mi ha permesso di capire così tanto da dargli ragione.

Nei giorni scorsi, ero alle prese con un articolo per cultura e spettacoli – è lì che io scrivo da qualche anno e forse sarà la mia specificità per sempre ormai. Sul comunicato che avevo parlava di un concorso in onore di una bimba. Il nome non mi era nuovo, così ho fatto una ricerca, ritornando a contatto con la storia tristissima di un incidente stradale in cui una mamma e una bimba erano morte. Non sono riuscita a trattenere le lacrime, e non era la prima volta.

Il mio compagno si è chiesto (e mi ha chiesto) se fosse un risvolto dell’essere madre. Gli ho spiegato che no, non era questo. Finché guardi un film splatter sai che è finzione e alla fine ti piace perché fa quasi ridere (diciamo come “Nightmare” e mai sia come “Hostel”). Quando sei in uno di questi funerali, la gola diventa letteralmente secca. La parola più diffusa diventa «perché» e finisci per tornartene a casa con questo dubbio. Che non ti abbandona nei giorni, nei mesi e negli anni a seguire. Non dimentichi mai quel dubbio.

Va a finire che diventa parte di te, come se la tua anima sia un puzzle di tanti perché senza risposta.

Bye bye prof!

Oggi volevo scrivere altro, ma mi è arrivata una conferma molto triste. Il professor Antonio Stomeo è morto, una delle persone più importanti per la mia formazione politica giovanile. Non era stato mio insegnante, so che da giovane insegnava il francese nel liceo cittadino, per me era più una cornucopia di aneddoti, tante storie attraverso le quali guardava il mondo: Maglie, l’Europa, il partito. Gli ero davvero affezionata.

Negli anni della militanza, era spesso con il suo grande amico, il professor Rocco Merola, che l’aveva presto trasformato in un personaggio dei suoi racconti. Nelle storie di Rocco, Stomeo diventava Stomeno, un folletto che faceva volare gli aquiloni, proprio come faceva il doppleganger reale. La voce della coscienza, che con lucidità analizzava il presente.

Qualche anno fa, poteva essere il 2005, festeggiò i suoi 50 anni di tessera. Perché prima aveva la tessera del Pci, poi aveva condiviso la svolta del Pds e – dopo i Ds – aveva aderito al Pd. Scrissi un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno in quell’occasione, che il caporedattore titolò: «Fedele alla linea per 50 anni».

E “Fedele alla linea” si sarebbe intitolato il mio documentario su di lui, che non so se monterò mai. Non lo so perché per me è complesso, è come aprire un vaso di Pandora. Finché fosse stato vivo l’avrei montato solo per farglielo avere. Adesso non lo so più. Magari un giorno lo farò per Rocky, per mostrargli una delle persone più importanti della vita della sua mamma.

Nel girato che ho, mi parla degli aquiloni. Di quella volta in cui l’Unità lo mandò in viaggio in Unione Sovietica. Di quando, da studente, protestava in Francia contro il generale De Gaulle. Mentre parla, il sole tramonta alle sue spalle, fuori dalla finestra. E poi recita una poesia, in francese, di Jacques Prevert. La condivido con voi in italiano.

«Sono andato al mercato degli uccelli
E ho comprato uccelli
Per te
amor mio
Sono andato al mercato dei fiori
E ho comprato fiori
Per te amor mio
Sono andato al mercato di ferraglia
E ho comprato catene
Pesanti catene
Per te
amor mio
E poi sono andato al mercato degli schiavi
E t’ho cercata
Ma non ti ho trovata
amore mio.»

Addio prof, ti ho voluto bene.

Nera

Eccomi qua. È quasi un mese che mi sono assentata da questo blog. Be’, le ragioni sono molteplici ma non ho voglia di annoiarvi. Mi sono capitate talmente tante cose che probabilmente tornerò con le nuove avventure della Giornalista Precaria. Certi giorni ho come l’impressione di essere sola al mondo e l’unica cosa che mi salva è riderci su. Ma non durerà molto, non preoccupatevi.

Sto continuando a scrivere uno dei libri che ho iniziato. Sono molto avanti, ma la verità è che non so che farne. Mandarlo ai miei due editori, quelli che hanno pubblicato i miei ultimi tre libri e con i quali l’esperienza è stata molto positiva, e vedere chi risponde per primo? Metterlo gratis online? Autoprodurmi? Ho anche deciso per il titolo, “Nera”. Anzi, ora vi scrivo i titoli con il piano dell’opera (ho imparato che forse è meglio mettere per iscritto tutto). Vediamo se indovinate da cosa sono tratti. Naturalmente il primo, come suggerisce l’immagine, è ispirato alle vicende di Leonarda Cianciulli, prima serial killer italiana, chiamata anche la Saponificatrice di Correggio. Un altro dei racconti lo conoscete bene, perché rievoca l’attentato a Charlie Hebdo. Si tratta di narrazioni che ripercorrono veri fatti di cronaca nera italiani e internazionali, dal punto di vista delle vittime o dei carnefici. Sono pura fiction però, è tutto inventato. Alcuni sono anche tratti da leggende metropolitane sul cinema. Benché i protagonisti siano tutti reali, le storie me le sono in gran parte inventate io insomma. I dettagli almeno, perché alcune hanno un epilogo reale. Ecco i titoli comunque.

1. Saponette
2. Potresti essere bella ma non balli
3. Certe cose portano male
4. L’Angelo della Morte
5. Sangue del mio sangue
6. La figlia della colpa
7. Il sonno dell’ingiusto
8. Chiudi gli occhi e tira un dado
9. Volo 404
10. Grasso è bello?
11. L’arma segreta
12. Atuk forever
13. Gioco a perdere
14. Tornare indietro
15. La donna che visse tre volte
16. Come bambino
17. Il fumo uccide
18. Non uscimmo più a riveder le stelle

Alla fine c’è un’ultima storia, il titolo non l’ho ancora deciso. Parla di un fatto di cronaca locale, di un incidente – ma non come il mio “Il sangue sullo specchio”, che in effetti parla di un ragazzo che conoscevo e che è morto a seguito di un incidente stradale. Oggi più che mai voglio parlare di G. Qualche settimana fa è morto il suo amico. Lui e mia cugina riportarono alla famiglia le opere di G. che erano ancora in Accademia dopo la sua morte e rischiavano di andare perdute.

Non sto attribuendo a G. un valore che non ha. Ma ultimamente mi sono cimentata in una riflessione profonda sulla morte. Che è un po’ di più di quello che fa Lawrence Ferlinghetti quando dice che «proprio in mezzo a tutto quanto arriva sorridente il beccamorto». Però, ecco, mi sa che intorno a questa poesia ci ruota tutta la mia esistenza. Il mondo è davvero un gran bel posto per nascerci. Davvero. Davvero?

Il Tomaverso, Salvatore Toma poeta della vita

Questo pomeriggio a Maglie, la Fondazione Capece e il Comune presentano una silloge di poesia. Non una novità, ma qualcosa che scava nella memoria per tornare di scottante attualità. Ho già parlato su questo blog di Salvatore Toma e di quanto gli scrittori magliesi appartengano al tessuto della memoria di ognuno – per me almeno è così.

Il tempo che passa sembra però privilegiare alcune informazioni e dimenticarne altre. Il meccanismo è difficile da comprendere – perché alcune cose passino e altre no – ma quello che speriamo è che questo volumetto rappresenti solo un assaggio – perché tale è – della poesia di Toma e un domani un grosso editore nazionale decida di pubblicare la sua intera opera edita, sei raccolte che sono esaustive del suo modo di pensare e di scrivere. Un modo incredibilmente moderno, vicino a chiunque abbia un animo sensibile.

Quello che colpisce sempre di Toma è in primis il suo modo di scrivere: lui, negli anni ’70 e ’80, scriveva con dei continui cambi di ritmo e di registro, cose che facevano anche i grandi poeti d’oltreoceano, ma qui in Italia non esisteva nulla del genere. E non esiste ancora, salvo rari casi – tipo Catalano o Benni. E devo ammettere che Toma ti costringe anche ad andare sulla Treccani di tanto in tanto, a controllare un vocabolo o addirittura un concetto. Al di là dell’enorme cultura classica che appare di prepotenza nei suoi scritti.

L’altra cosa che affascina è la molteplicità e la contemporaneità di temi trattati: l’amore per gli animali e per la vita in ogni sua forma, la cultura come necessità e mezzo espressivo fondamentale, l’amicizia, il «lessico famigliare», il rigetto per qualsiasi forma di spettacolarizzazione del dolore. È questo e molto altro Toma.

E quindi – dicevo – un assaggio lo troverete in questo volume, realizzato con la supervisione di Paola Toma, che ha concesso anche uno scatto del poeta direttamente dai suoi archivi. Lo porteremo durante gli eventi della Fondazione Capece e il denaro raccolto sarà devoluto a un’associazione che si occupa della tutela degli animali, quegli stessi animali cui Toma ha provato a dar voce nei suoi versi.

UPDATE: una cosa – che non è di poca importanza – che ho dimenticato di scrivere. La copertina è un’immagine scattata dallo stesso poeta, che è stata concessa dalla famiglia per la pubblicazione. Quella che vedete è solo una parte della foto, che si svolge per tutta la lunghezza, del dorso e della quarta.

Ogni maledetta volta

Un piccolo pensiero prima di andare a letto. Ogni volta che apro un giornale, non mi aspetto mai che all’interno io possa leggere di una morte conosciuta. È “colpa” della distanza che mettiamo, che dobbiamo metterci noi giornalisti, distanza che è necessaria ad andare avanti – anche se io non sono propriamente brava in questa cosa, non lo sono stata mai. E oggi ho letto sul giornale di un ragazzo che conoscevo, e che era amico di G., anche lui non c’è più. (Vi ho parlato di G. in questo post).

Credo che di questo ragazzo, un po’ più giovane di me, non ricorderò quelle volte in cui sono stata sua cliente al bar, né di tutti i pomeriggi in cui Azzurra mi trascinava al Caffè Leopardi perché le piaceva, né quell’unica volta in cui ho fatto Lu Riu con G., i Mascarimirì e il Canei alla pesca. Mi ricorderò di quando questo ragazzo ha fatto riavere alla famiglia i quadri di G. che rischiavano di andare perduti dopo la sua morte.

Perché non sempre è facile prestare rispetto agli altri quando sono vivi, ma è un buon segno quando lo si fa sia quando sono vivi, sia quando sono morti.