Rubare il tempo (le poesie inedite della giornalista precaria)

La sabbia nella clessidra
è un’impronta sul cuore
che scuote come terremoto
– perché la sabbia è per giocare
sulla spiaggia
facendo castelli in aria
che poi ci distruggeranno.

Il tempo è un gatto
che ci ruba il fiato
mentre ci barrichiamo
nelle torrette
tra i merli
di un castello che non c’è.

Dove sono i sorrisi?
– È come se l’eco si fosse spenta –
dopo la valanga che mi opprime
un petto sgonfiato
troppo vecchio per reagire.

E se il domani non fosse che un oggi
che non abbiamo ancora vissuto?
Mentre ritiro le lenzuola, il sole
caldo non può scaldarmi.

E allora trovo sabbia nelle pieghe
le scuoto, la lascio andare
nel vento.

I granelli mi colpiscono in faccia
mi rigano gli occhi.

E l’impronta sul cuore continua a scuotermi.

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I love Luca Sofri

Da un po’ di anni, c’è un festival nel Salento, che si chiama “Io non l’ho interrotta”. Lo organizzano dei miei conoscenti e ho trovato sempre il programma molto interessante, ma fino a quest’estate non ero ancora riuscita a vincere la mia idiosincrasia che mi spinge a restare a casa, a guardare tutto da lontano. L’ho vinta per un motivo, e si chiama Luca Sofri.

Sofri è il direttore del Post, la testata che leggerei all’infinito. Se dovessi spiegare con una sola parola cosa mi piace del Post, quella parola sarebbe «chiarezza». Il Post pubblica articoli lunghissimi sugli argomenti più disparati. Non sono lunghissimi perché sono prolissi, ma perché cercano di condensare tutte le informazioni che sono necessarie al lettore per comprendere davvero un fenomeno, una notizia di cronaca, un concetto di economia, e così via.

Alla fine del suo intervento – si è parlato molto di post-verità e di fake news e ho adorato la sua posizione che, a differenza di altri, non è di condanna verso Internet come medium – ho anche chiesto a Sofri di autografarmi per Rocky il suo libro “Notizie che non lo erano”. Sono riuscita a iniziarlo da poco e, se devo essere sincera, ne sono assolutamente appassionata.

Il volume, per il momento, è un excursus che prende le mosse da una rubrica che Sofri teneva sulla Gazzetta dello Sport. Non era una vera e propria rubrica di debunking quanto di analisi profonda sulla veridicità delle notizie, andando però a scandagliarne le radici. Per capirci: il debunking si limita a risalire alla fonte e ad attestare se una notizia è vera o falsa, mentre quello che faceva Sofri era cercare di dare gli strumenti ai lettoti per comprendere come si fa. Per permettere loro di essere autonomi nel distinguere una bugia dalla verità. E soprattutto rifuggire quella cosa che è peggiore di tutte e che si chiama post-verità – cioè quando, un po’ per orgoglio, un po’ perché la notizia ci ha colpito la pancia senza passare dal cervello, diciamo che è il concetto che è importante, non se qualcosa sia accaduto veramente.

È un processo difficile, tanto che anche bravi giornalisti ci possono cascare. A volte ci facciamo prendere dall’enfasi che la pancia porta con sé. Non è un processo volontario, non sempre, anche se immagino che, come in tutte le categorie, qualcuno che fa il furbetto c’è sempre. Ma è un processo che mi affascina. Come mi affascina Sofri dal punto di vista giornalistico.

È da quando ho letto l’articolo su Masha & Orso sul Post – quello in cui ho imparato cosa sia un samovar – che fantastico di scrivere per lui. A volte penso che mi piacerebbe prendermi una giornata di pausa da tutto e scrivere un articolo su qualcosa che sono riuscita ad approfondire molto bene e inviarglielo, nella speranza di poter far parte un giorno di una squadra in cui, come scrisse una volta la mia amica Luana in una rettifica, non «sono gli spazi che dettano i tempi della narrazione».

Poi torno tranquillamente nella mia mediocrità.

Alla fine non so se sono una brava giornalista, io faccio del mio meglio. Quel che è certo è che sono un’ottima lettrice.

Friendship never ends

Questi sono i nostri piedi. Oddio, i miei sono sotto il vestito a fiori.

Le Spice Girls mi perdoneranno se prendo in prestito questo verso di una loro canzone. È che per loro significa oggi qualcosa di ben preciso, dato che hanno dei nuovi progetti in comune e io invece la sto usando per parlare di una persona che conosco da poco ma con cui vado molto d’accordo.

Ho sempre invidiato le mie colleghe che sono amiche tra loro. Due in particolare, perché le stimo tantissimo. Ho sempre desiderato un’amicizia come ce l’hanno loro. Io non sono brava con l’amicizia femminile. Anzi forse non sono brava con l’amicizia in generale. Un po’ perché mi piace molto stare da sola. E poi io non piaccio alle persone.

Negli ultimi mesi però mi è capitata una cosa che non mi sarei mai aspettata. Ho trovato un’amica che fa il mio stesso lavoro e con cui vado molto d’accordo. Oddio, proprio lo stesso lavoro no, lei è molto più brava di me e scrive o ha scritto per testate davvero prestigiose. È divertente in maniera assolutamente spontanea. Mi piace il suo senso dell’umorismo, la sua sensibilità. La trovo molto affine a me.

In questi giorni mi manca molto, perché è lontana. Sarà lontana per un po’ di tempo, alcuni mesi. Lo fa per la sua carriera, e la appoggio, anche perché ha promesso che tornerà. Per quello che mi riguarda, ho perso un sacco di treni – lavorativamente parlando – nella mia vita. Lei non è come me in questo, è molto in gamba.

Non ho scritto come si chiama, non lo farò. La vera amicizia significa anche pudore. In realtà, non mi piacerebbe che i miei compaesani le si mettano alle costole, apostrofandomi come al solito «sto**a» e «lesbica» – come se quest’ultimo termine fosse peraltro un insulto. Le voglio bene e questo mi spaventa perché non voglio perderla. Lo so che sembra un pensiero irrazionale. La verità è che non ho mai conosciuto una persona così. Un’amica con cui stare insieme e con cui sorridere anche quando va male. Soprattutto quando va male.

Non fateli, i figli

Non fateli, i figli. Perché non è detto che potrete dar loro quello che nella loro innocenza meritano, come una sanità decente. Vi sembra così assurdo? Se leggeste tutte le testimonianze di violenza ostetrica, i controsensi delle informazioni su latte materno e vaccini che ci vengono forniti sareste quanto meno disorientati (allattamento oltre il sesto mese di vita? anticorpi che passano nel latte? immunizzazione da vaccino che dalla madre si trasferisce sul figlio? e così via).
Non fateli, i figli. Perché vi può capitare, il giorno del travaglio, un ginecologo che non ha voglia di lavorare, perché è domenica. E che vi lascia ben 16 ore con le contrazioni su un lettino, mentre il battito cardiaco del vostro bimbo si abbassa.
Non fateli, i figli. Perché se la loro nascita è condizionata alla fortuna di trovare la vostra ginecologa in ospedale o un primario illuminato non sempre sarete baciati dalla dea bendata come è accaduto a me.
Non fateli, i figli. Perché in queste situazioni, il rischio è che non si sveglino alla rianimazione. O, se si svegliano, lo saprete nel migliore dei casi settimane dopo, da un medico della mutua particolarmente scrupoloso o mentre state uscendo dall’ospedale da una pediatra alla sua prima settimana di lavoro.
Non fateli, i figli. Perché tutte le informazioni sulla rianimazione e le cure che sono state effettuate in ospedale non le verrete certo a sapere in loco da un pediatra che si sente Guido Tersilli e invece è al massimo “Pierino medico della Saub”.
Non fateli, i figli. Non fateli se avete bisogno di lavorare, non solo per vivere, ma anche per avere una realizzazione personale. Vedrete tutte le persone intorno a voi che invece non lavorano e i loro figli vi sembreranno sempre più felici e seguiti del vostro.
Non fateli, i figli. Perché, anche se non la volete la guerra tra mamme lavoratrici e mamme non lavoratrici, vi ci troverete sempre nel mezzo, vostro malgrado. Perché è lo Stato a innescarla, su un retroterra in cui noi donne ci diamo battaglia da millenni, seguendo questa o quella ape regina.
Non fateli, i figli. Perché arriva il momento di iscriverlo a scuola e voi scegliete la più comoda, la più vicina, ma lo rifiutano. E lo fanno a fine giugno, oltre i termini per le iscrizioni.
Non fateli, i figli. Perché poi fate il tentativo con un’altra scuola, ma anche lì nisba. «Ci sono troppi bambini» ti dicono. E poi dicono che in Italia non si fanno bambini: ma dove li tenete nascosti? Guardate che vi mando l’Istat.
Non fateli, i figli. Perché vi dovrete trovare a spiegar loro perché non possono andare a scuola a giocare con gli altri. Dovrete spiegare perché la mamma è sempre triste e stressata e non ce la fa al lavoro. Dovrete spiegare che hanno perso un anno della loro vita per niente, che arriveranno in ritardo rispetto agli altri nel mondo dello studio e del lavoro. Solo perché sono nata qualche giorno dopo gli altri o perché la mamma, in un disperato tentativo di dar loro un’istruzione, ha tentato il tutto per tutto.

Rocky sorride sempre al mattino. Si sveglia e sorride, così per niente. Questo mi ripaga di tante cose. Dello stress al lavoro, degli amici che si sono allontanati dopo il parto, del fatto che sono costretta a fare l’equilibrista per avere del tempo per me, per svuotare la mente. Ma soffro. Soffro perché vorrei dargli tutto. Non cose materiali. Vorrei dargli la possibilità di imparare e di farlo in una scuola pubblica. Così come vorrei poter entrare in un ospedale pubblico e uscirne senza perplessità nel migliore dei casi.

La mia è naturalmente una provocazione – lo spiego per gli analfabeti funzionali – ma quando credete che sia solo il risvolto economico il problema del perché in Italia non si fanno figli, non avete capito niente. Intanto perché i soldi non saranno mai abbastanza per una scuola privata – cosa che mi è stata consigliata proprio ieri dalla seconda scuola pubblica cui mi sono rivolta. E poi perché un po’ di soldi possono aiutare, ma che senso ha togliere a questi bambini ogni possibilità di un futuro già da quando hanno poco meno di tre anni. Rifletteteci quando vi scagliate contro la legge 194: è la libera scelta di quelle poche, pochissime donne che vogliono (e che riescono) ad abortire il problema delle poche nascite, o il fatto che la gente usa qualunque precauzione pur di non farli i figli, sapendo che gli ostacoli che incontreranno saranno insormontabili, soprattutto a quest’età quando parlano a stento e forse la vostra voce non sarà mai abbastanza alta per difenderli?

PS: avevo riposto molta speranza nella seconda scuola, dopo la grande delusione della prima. Ne parlo qui.

Nell’inferno delle mamme (ovvero l’inferno sono gli altri ma non vorrei generalizzare)

Essere una mamma significa anche giocare d’anticipo. Non solo quando tuo figlio piglia la rincorsa e rischia di sbattere la testa contro il termosifone – cosa che è accaduta realmente a Gigi, il vicino di casa di mia mamma quando non ero ancora nata. Devi giocare d’anticipo con la società e quindi anche con il sistema scolastico.

A febbraio ho iscritto Rocky a scuola, in anticipo. Ho pensato: con quell’anno in più potrebbe prendersi un periodo sabbatico post-diploma, magari viaggiando in interrail, una cosa che io non avrei neppure potuto sognare. Potrebbe farsi un Erasmus con calma. Potrebbe essere padrone del proprio tempo, in un’era che fortunatamente non obbliga più alla leva obbligatoria per i pene-dotati.

Era quello che speravo, finché ieri la scuola non mi ha convocata. Già ho subodorato qualcosa che non mi piaceva. Non solo perché mi hanno chiamata con il cognome del mio compagno, ma perché mi stavano facendo perdere tempo a metà pomeriggio di un giorno molto lavorativo come un normale lunedì. Ho avuto un attacco di panico. Ma quando sono andata lì è subentrata la rabbia. Non tutti i bimbi sarebbero stati ammessi.

Ero dispiaciuta solo per una questione geografica: tutte le altre scuole sono distanti alcuni chilometri da casa mia. Ora devo rivedere la logistica. Comunque ho trovato un’altra scuola che lo possa ammettere (con riserva, tanto più che siamo a fine giugno). Ma sono grata per questo. È curioso, mi sono confrontata con due moduli di iscrizione differenti e questo è quello che ho scoperto:

  • la prima scuola prevedeva obbligatoriamente la firma di entrambi i genitori, nella seconda è stata sufficiente la mia;
  • la prima scuola aveva un modulo di 10 pagine, la seconda di sole 4;
  • nella seconda scuola i criteri di ammissione sono nero su bianco, hanno la precedenza i bambini con un genitore o due che lavorano;
  • nella prima scuola si firma un consenso sulla privacy per cui i bambini possono essere pubblicati sui social, in modo che tutti sappiano a che ora entrano ed escono da scuola, nella seconda non ci sono profili social, quel consenso serve probabilmente per noi giornalisti nel caso dobbiamo pubblicare notizie celebrative (le sole che in Italia possono prevedere foto di minori e comunque con una serie di prescrizioni).

Poi ho fatto anche la sommatoria di alcune cose che non mi sono piaciute, come la supponenza della preside, che ha iniziato a vantare il fatto che i loro bambini usino il computer. Le ho fatto notare che anche a casa mia il mio bimbo vede usare il computer tutti i giorni, ricevendo come risposta:

No, ma non così.

Come se sapesse cosa faccio nella vita. Cosa che poi ha abbondantemente scoperto perché su quei moduli c’erano un sacco di richieste sui fatti miei.

Ultima cosa, nell’incontro di ieri, lei ha detto che avrebbero dato la precedenza agli iscritti in ordine delle loro date di nascita. Non ha menzionato altre variabili. Quando oggi ho chiamato la scuola – l’ho chiamata io – i suoi collaboratori non solo mi hanno chiesto una lettera di rinuncia, dopo avermi detto che il bambino non era stato ammesso, ma hanno accennato al ricorso ad altri variabili, come eventuali fratellini o sorelline già frequentanti l’istituto. Ah, e mi hanno chiesto perfino di mandare un documento di rinuncia all’iscrizione: un vero e proprio falso in cui io avrei affermato di aver scelto di ritirarlo e non che siano stati loro a rifiutarlo.

A queste persone io auguro complottisti a palate. Forse imparano a stare al mondo.

La capacità di adattamento

«Signora, sua figlia ha sei mesi di vita».

È così che inizia il mio viaggio nel mondo, quando i miei genitori mi portarono neonata al Policlinico di Bari per capire cosa avessi. È la prima volta che scrivo di questa storia, che racconto tranquillamente a chi mi conosce bene o a chi mi è molto simpatico. Che poi è una storia sulla capacità di adattamento, o almeno sulla mia.

Sono nata con un nevo gigante sul volto. Ma quando sono nata, i miei, un ragioniere e una commerciante, non sapevano cosa fosse. Così mi portarono al più grande ospedale nelle vicinanze. Ma lì dissero loro che avevo un tumore e che non avevo grosse speranze di sopravvivere. Potete immaginare come si siano sentiti sulle prime. Poi, ragionandoci, hanno voluto un secondo parere. In quel periodo, papà leggeva l’Europeo e in allegato davano delle guide sui maggiori luminari italiani, per cui approdammo a Roma, a un ospedale che non c’è più, che si chiamava Sacro Cuore di Gesù o qualcosa del genere. Era un istituto gestito da religiosi – privato ovviamente – dove un medico luminare, con uno sguardo, li tranquillizzò: «È solo un neo, possiamo toglierlo». Ho avuto piccolissima le mie prime due operazioni di chirurgia plastica, la prima a un anno e mezzo – racconto una storia buffa relativa a quel periodo proprio qui – e poi fino ai sei anni ci sono state delle visite di controllo. Nulla più: solo chirurgia estetica. Mi dissero anche che ero stata fortunata, che quel tipo di nei può interessare l’80% del corpo.

Tutta la vita però avrei avuto a che fare con degli idioti. Mia mamma mi ha istruita molto bene, non mi è mai importato molto di cosa dicessero gli altri. E in effetti sono stati sempre gli altri a dare maggior peso alla cosa, ad addurre significati simbolici o psicologici. Al di là del fatto che non amo gli specchi né le fotografie non ci penso quasi mai alla questione.

Una decina di anni fa ho subito una terza operazione, sempre estetica, che si chiamava lipostruttura. Mi hanno preso del grasso dalla pancia – e lì ce n’è sempre in abbondanza – e mi hanno rimodellato il viso. Stavolta sono stata da Humanitas a Milano. È stata un’esperienza piuttosto divertente, che ho vissuto in solitudine – se eccettuiamo il fatto che mio fratello mi ha portata abbastanza imprudentemente a bere la sera prima. Il giorno stesso che sono uscita dall’ospedale mi sono messa su un vagone letto e sono tornata a Maglie.

In questi anni, i miei concittadini si sono dati da fare nello stilare delle congetture. O meglio, loro pensano che sia così, ma si tratta di miei invenzioni. Tipo che mi ha morsa il cane o che mio fratello – l’altro, non quello che mi portò a bere a Milano – mi ha buttato giù dalle scale. Il mio capolavoro è la storia secondo cui sarei nata a Chernobyl. Il capolavoro di mio fratello è invece l’incidente stradale in cui eravamo in auto io, lui e una certa celebrità e lui sarebbe rimasto l’unico illeso. Lo raccontò alla signora che ci vendeva le ricotte per la pasticceria, che con una delicatezza senza pari mi chiese: «’A signorina sarà ca s’ha tajata». Mi fece sorridere la signora. Mi fece venire voglia di dirle la verità.

In tutte queste storie ce ne fu una che mi fece male. In realtà sono un paio, ma sono simili. Dopo un’assenza da scuola, in seconda media, una ragazza bulla mi disse che l’insegnante di italiano aveva raccontato a tutti che ero nata con una macchia strana sulla faccia e che da quello dipendevano i miei problemi di socialità. Mi sentii tradita. Pensavo che gli insegnanti avrebbero dovuto proteggerci, aiutarci a imparare qualcosa, non fare pettegolezzi inutili. A chi sarebbe giovato? A me non di certo. Tanto più che la mia scarsa socialità è caratteriale: io amo la solitudine, amo il silenzio.

Ho inventato tante storie parallele su questa unica storia che corre lungo tutta la mia vita. Come fosse un grande romanzo in cui tutti i personaggi sono un’unica persona.

La mia mamma mi ha sempre insegnato che quello che conta lo abbiamo dentro. Be’, ci sarà prima o poi qualcuno che avrà la capacità rivoltarmi.

Il “mio” Festival del Cinema Europeo

Foto dalla fanpage su Facebook.

Erano due anni che non vivevo in questo modo il Festival del Cinema Europeo. L’ultima volta mi accadde una cosa spiacevole – una perdita abbondante fuori ciclo mentre ero in conferenza stampa – e ho temuto per la mia salute, ma poi per fortuna chissà cos’era.

In due anni sono cambiate tante cose. Innanzi tutto sono molto ingrassata e quindi non sono più il ghepardo di una volta. Mi sono stancata tantissimo a livello fisico, non avevo quasi il tempo neppure per mangiare. A livello mentale anche peggio, a causa dell’assenza relativa della mia caporedattrice: è come mi avessero tolto il salvagente e buttata dal Fascio grande (uno scoglio che c’è a Otranto, dove andavo da bambina), senza nessuna sicurezza. Alla fine però ce l’ho fatta. Non so se ho fatto un buon lavoro, ma ovviamente è quello che spero. O almeno spero in un lavoro almeno decente.

In queste situazioni mi sento sempre un pesce fuor d’acqua. Non sono brava né blasonata come le mie colleghe. Non sono carina. A quanto pare suscito l’ilarità di tutti quando apro bocca (come mi è accaduto di fronte a Kim Rossi Stuart). Tra l’altro c’è stato un momento che è abbastanza descrittivo di quanto io sia la figlia di Mister Bean. Ero in sala stampa e stavo inserendo il MagSafe nella ciabatta. Giravo e rigiravo lo spinotto che attacca al Mac, ma il led non si accendeva. Credo di aver trafficato per cinque minuti buoni, sotto lo sguardo di un collega di una grande testata molto preoccupato. E insomma: la ciabatta non era collegata alla corrente. Ma immagino che sia comunque complicato per me riabilitarmi agli occhi degli altri, per cui lascio perdere direttamente. Troppa fatica se poi combino queste cose.

Quello che penso del Fce l’ho anche scritto sulla fanpage. La qualità dell’offerta è sempre crescente. Penso che questo sia la migliore edizione cui ho assistito, anche se sicuramente l’anno prossimo sarò smentita. È stato emozionante. Sono riuscita a vedere pochi film, due anteprime ma eccezionali (“Rudy Valentino” e “Respiri”).

C’è dell’altro che però non ha a che vedere col mio lavoro. Quando andavo al Fce fino a due anni fa, papà veniva a prendermi alla fermata del bus. Stavolta papà non c’era. Lui mi aspettava poco dopo la rivendita di mozzarelle, a volte in auto, a volte fuori con lo sportello chiuso. Non c’era mai stavolta. Ovviamente non c’era. Dicono che la cosa peggiore per chi resta sia interrompere una routine. In questi giorni ci sto pensando molto, tanto più che oggi dovrei intervistare un calciatore che gli piaceva tanto. Mia mamma dice che ci si abitua a tutto, ma quando lei torna a casa non è la stessa cosa. Non lo è mai. Credo abbia ragione.