La parabola della maternità

La mia amica K ha avuto una bambina l’anno scorso, è un po’ più piccola di Rocky. Io la invidio molto, in senso positivo. Lei è una grande donna, lo è sempre stata. Ora è una grande mamma senza smettere di essere una grande professionista. Mi piacerebbe essere come lei, ma ovviamente non ho il suo stesso talento, non solo il suo stesso tipo di talento. Non credo di aver neppure il suo istinto materno. Sono davvero felice per lei e ho grande stima di lei.

Forse a chi non ha talento capita una cosa diversa quando ha un figlio. Che poi è quello che è capitato a me.

A me è successo che le persone non si aspettano più molto da me, professionalmente parlando. Certo, ci sono le eccezioni. In questi giorni, un collega non fa che sgridarmi per gli errori che sto commettendo. Sono errori da ansia da prestazione, come mi ha saputo far notare. Ieri mi ha fatto piangere. Non so perché ho pianto. So che ci tiene che io faccia un buon lavoro, ma mi sembra l’unico al momento. L’altra volta che ho pianto così è stato quando uno che conoscevo è morto per un incidente stradale e sono dovuta andare a fare la foto alla lapide. Ma la cosa che mi fa più male è che questo collega è unico, o quasi.

La cosa è iniziata da prima che avessi Rocky. Una persona che credevo amica mi disse che non avrei più dato importanza al lavoro quando avrei avuto un bambino. Invece è il contrario, ma lei non lo crede perché non crede in me. Non ci ha mai creduto.

Io non credo che sia così labile il confine tra l’imbarazzarsi per riconoscimenti eccessivi e plateali e aspettarsi un minimo di rispetto per il proprio lavoro. Non mi piacciono i complimenti, specie se fatti in pubblico. Non mi piace essere al centro dell’attenzione, a meno che non sia tipo il mio compleanno.

Non so come uscirne. Yoga Jones direbbe che è un labirinto di sabbia metaforica. E io sono la cavia da laboratorio intrappolata in quel labirinto. Certe volte hai come la percezione che la gente abbia la memoria corta. Invece non è una questione di memoria corta. È solo che il giusto rispetto non è stato riconosciuto prima e non sarà riconosciuto dopo. Non viene scordato, non è semplicemente mai stato assimilato. Mai ritenuto vero, reale, tangibile. Non me la prendo con Rocky, lui è il mio grande amore. Me la prendo con me stessa quando mando giù bocconi amari e alla fine evito pure di discuterne. Perché non c’è niente da discutere. Il rispetto per gli altri è una vocazione, ed è sempre più raro. Come posso pretendere, scioccamente, di riceverne io?

Non mi sono mai sentita tanto sola come nell’ultimo periodo. È facile per chi mi sta vicino rincuorarmi, dirmi che mi sbaglio. Ma la verità è che non mi sbaglio.

La verità è che sono io a essere sbagliata.

Annunci

Sta per succedere, è successo

Mio padre non era uno di quei papà perfetti della televisione. Anzi era piuttosto assente. E quando c’era pretendeva chissà che. Pretendeva che studiassi quando lui non è che fosse stato una cima a scuola. Pretendeva che uscissi quando restavo troppo a casa per studiare. Pretendeva che tornassi a una certa ora. Che non frequentassi alcune persone. Ho sofferto di ansia da prestazione fino all’ultimo esame e un collega mi ha fatto notare di recente che mi succede ancora: con alcuni articoli vado in ansia da prestazione.

Eppure ero una che, secondo i canoni di papà, aveva fatto tutto bene.

A volte, spesso, ho pensato che non avrebbe mai voluto una femmina. Quando mi sono laureata me l’ha dimostrato, non venendo alla seduta.

E anche se non ho mai cercato la sua approvazione in nulla – anzi, in alcuni periodi della mia vita, la sua non-approvazione mi ha dato ben più di una soddisfazione – credo che a suo modo fosse orgoglioso di me.

Negli ultimi anni, ben prima della “malattia”, andavamo d’accordo. Qualche volta ho pensato addirittura che si fosse stancato di vedermi a casa con loro. La convivenza con un uomo che, a suo avviso, si era preso la responsabilità per la sua pazza figlia, era stato qualcosa che aveva finto di non accettare per orgoglio. Ma secondo me ha stappato lo champagne appena ho messo piede fuori dalla porta.

Quando ero piccola, fino a più o meno quando ho finito il liceo, comprava la Gazzetta del Mezzogiorno tutti i giorni. Quest’abitudine è andata scemando, soprattutto per questioni di vista. Non mancava di comprarla e di sforzarsi di leggere però, almeno la domenica e il lunedì per lo sport, o quando gli dicevo che sarebbe uscito un mio articolo sulle pagine nazionali.

Un’altra cosa positiva di papà è che lui non credeva nella censura. A casa non c’erano cose che io non potessi leggere – “La chiave” e “Il postino suona sempre due volte” li ho letti tra i 12 e i 13 anni ed erano suoi – o guardare. Come ho scritto sull’altro blog, ogni sera, quando ero piccola, tipo alle elementari, guardavamo commedie con Alvaro Vitali, Gloria Guida ed Edvige Fenech. Guardavamo fiction orribili e piene di violenza, tipo “Donna d’onore” o “La piovra”. E non mancavamo neppure un episodio di Twin Peaks, cosa che non per tutti i miei coetanei è stato possibile. Perché all’epoca era un telefilm considerato scabroso, c’era violenza e cose spaventose. Lui non si è mai preoccupato di questo.

E allora questo articolo, uscito oggi sulle pagine nazionali della Gazzetta, lo dedico proprio a lui.

Ps: grazie ai membri, attivi e rispettosi, dei gruppi Facebook Twin Peaks 2017 – Italia e Club Silencio, che in questi mesi, insieme ai libri letti, mi hanno fornito moltissimi spunti di riflessione.

Dove eravamo rimasti

Vi scrivo oggi, nella giornata che l’Inpgi dedica alla chiusura dei form per l’autocertificazione dei compensi per l’anno precedente. Uno pensa che l’estate sia un periodo calmo e rilassato, ma non lo è. Poi dipende da cosa ti occupi. Ai colleghi che fanno lo sport non va meglio, col calcio mercato. È peggio dei giorni che precedono la finale del Grande Fratello Vip per me. Sono accadute un po’ di cose di cui vi vorrei parlare e che hanno a che fare con la quotidianità dei giornalisti.

La prima ha che fare proprio con l’Inpgi. Dato che una volta mi sono scordata di pagare una rata, adesso sto abbastanza attenta alle scadenze. Come ogni anno, da un po’ di tempo a questa parte, non mi è stata riconosciuta l’annualità intera di lavoro, ma in un certo senso ho iniziato ad avere, dopo la morte di papà, un atteggiamento più rilassato di fronte a questa cosa. Il senso è: probabilmente non arriverò mai alla pensione per cui pago quello che c’è da pagare perché sono le regole, ma non mi faccio più di tanto il sangue amaro.

Le cose che mi hanno un po’ fatta riflettere però sono diverse. La prima ha a che fare con la Formazione Continua. Un mio contatto, un celebre professionista, giorni fa si lamentava su Facebook che l’Ordine della sua regione gli avesse ingiunto di mettersi in regola. Ora: sono intervenuta cercando di spiegare che comunque ci si perde davvero poco tempo, che non è un'”invenzione” dell’OdG, ma una legge dello stato, eccetera. Mi ha dato fastidio il modo in cui, in pubblico, l’OdG venisse gettato alla berlina di chi ovviamente non sa nulla di questa legge entrata in vigore con il governo Monti. Perché l’Ordine dei Giornalisti potrà anche aver mancato tante volte in termini di tutela (sono pure esseri umani quelli che lo compongono e non possono essere dappertutto), ma non è questo il caso. Inoltre mi ha fatto arrabbiare l’atteggiamento snob di chi dice: ho da fare io, non posso fare i corsi. Vorrei dire a queste persone che io i corsi li ho fatti pure in gravidanza, perché la documentazione per l’esenzione mi costava molto più tempo che i corsi stessi. E sono una precaria, una per cui il tempo è letteralmente pane. Ma, a quanto pare, la categoria a volte presenta esponenti che ci tengono a gettare discredito su noi tutti. Per cui un dovere, un arricchimento, viene visto come una perdita di tempo. In fondo, se non abbiamo pane possiamo mangiare pure brioche.

No, non voglio la coppa. Mi sono solo attenuta alla legge, anche se non sembra tanto scontato.

Un’altra cosa che mi ha fatto arrabbiare è stato l’atteggiamento aristocratico di una collega. Partiamo da un presupposto: riceviamo continuamente domande e richieste offensive. C’è stata una persona, peraltro iscritta all’Ordine, che giorni fa mi ha chiesto di darle le misure dell’articolo che l’avrebbe scritto lei al posto mio. Giusto per fare un esempio, eh. In questi giorni, io e questa collega (diversa da quella appena citata) abbiamo avuto a che fare con un addetto stampa un po’ sopra le righe. Un termine adatto a descriverlo è: entusiasta. Ci ha chiesto se potevamo porgere alle persone che rappresentava determinate domande. Ce l’ha chiesto usando le parole «per favore» o «una preghiera» ed erano richieste che soddisfacevano l’informazione minima (quindi le avremmo chieste comunque). Di solito mi sarei arrabbiata, se le richieste fossero giunte con arroganza. Stavolta io non mi sono offesa – ho trovato quest’addetto stampa un po’ eccessivo e meticoloso ma molto simpatico – ma la mia collega sì. Mi è tornato in mente quando qualche tempo fa lei era l’addetta stampa e io la giornalista che, in un periodo di grande stress e in ottima fede, commisi un errore. Mi chiamò e continuò a urlare non so per quante volte «Italiano è!», sentendosi migliore di me che, distrattissima, continuavo a leggere una frase e a non trovarne il senso. Il succo di questa storia è che forse il karma sarà anche una bitch, ma se vogliamo rispetto dobbiamo essere noi i primi a darlo agli altri.

Come ogni anno, il blog se ne va in ferie. Io e Rocky dobbiamo rincorrere libellule, nuotare in acque cristalline, cantare David Bowie sotto la luna e scofanarci di orate. Ci rileggiamo a settembre.

Gli anni ’90

Io non me lo ricordo come sia nata la mia passione per la cultura pop. So che nei primi anni ’80 Tele Terra d’Otranto trasmetteva in rotazione un concerto di Madonna e da lì non ho capito più molto. Perché a un certo punto sono arrivata alla conclusione che non esista altra cultura oltre alla cultura pop. Gli anni della mia infanzia hanno contato parecchio. I Cure e “Boys Don’t Cry”, i Soft Cell, gli Smiths e “Ask”, ma soprattutto i New Order e “True Faith”. Ancora il cinema non era qualcosa che mi appartenesse completamente, a parte l’intera filmografia italiana comico-erotica e quei film allora relativamente recenti che oggi sono diventati dei classici, da “Fantozzi” ad “Amici miei”.

La mia vera formazione però è avvenuta negli anni ’90. Quando qualcuno a scuola mi chiamava Brenda di Beverly Hills perché avevo la frangetta e un modo ammiccante di sorridere – sì, nella mia adolescenza ero magra e carina.

È stato allora che abbiamo iniziato a guardare le serie televisive con una certa assiduità e continuità. Twin Peaks e Beverly Hills 90210 in primis – i due dizionari delle serie tv cult di Matteo Marino e Daniel Cuello sono illuminanti per il fenomeno. X-Files (anche se a me non piaceva). Poi Friends. Buffy. Will & Grace. Se – come scriveva il social media editor del Post tempo fa – non sapevamo esistessero i finali di serie prima di Netflix, prima di Twin Peaks ignoravamo il perché della continuità, a meno che non parlassimo di telenovelas e soap opera. Ché per quelle, se perdevi una puntata, eri perduto tu stesso.

Poi ovviamente c’era il cinema, ed era bellissimo. Perché fu allora che cominciarono a proliferare i biopic, soprattutto quelli musicali. E furono girati capolavori come Clerks, Rushmore, Trainspotting, Strade Perdute. Anche se forse, l’anno migliore in assoluto per il cinema fu il 1999, il tornello verso il nuovo millennio, salutato da Fight Club, Magnolia, Il giardino delle vergini suicide.

E la musica. Da Britney Spears ai Verve. Dai Pulp a “Bedtime Stories”, a mio avviso il disco migliore che Madonna abbia mai realizzato. E poi Bjork e Marilyn Manson che dà un nuovo senso a “Sweet Dreams” degli Eurythmics.

A volte finisco per pensare che nell’ultimo periodo tutto questo mi venga in mente perché vorrei tornare giovane. Negli anni ’90 avevo molti pensieri differenti, come il rigetto per il posto fisso, che a un certo punto mi sono ritrovata a desiderare, fagocitata dagli impegni, per poi comprendere che no, il mio lavoro è decisamente fico quindi va bene così. Le storie e le poesie che scrivevo allora, be’, sono davvero imbarazzanti (forse solo il mio prof di fisica ne conserva traccia sugli annuari cui lavorammo insieme).

Tutto sommato sono contenta di come sono ora, anche perché le mie «spigolosità» non sono nate ieri. Però a volte penso che in questo revival artistico degli anni ’90 ci sia un certo bisogno di riconoscersi, di rifugiarsi in ciò che è noto. Anche se l’uguale e il diverso coesistono e non per nemesi. E quindi, mal che vada, mi faccio una playlist amarcord su Spotify e poi mi immergo nella visione di “Ragazze a Beverly Hills” o dei due Batman di Joel Schumacher.

“In acque profonde” di David Lynch

La mia non vuole essere una recensione su questo libro che ho finito di leggere di recente – sono sempre molto eccitata ultimamente quando termino un libro che non abbia i pop up. Vuole essere invece una riflessione sul perché l’ho letto e cosa ci ho trovato.

Mi hanno regalato “In acque profonde” per caso. È molto difficile che non compri o non faccia comprare in libreria e chi me lo ha regalato l’ha visto tra i suggerimenti di Ibs mentre si adoperava per farmi giungere dagli States il romanzo di Mark Frost su “Twin Peaks” in lingua originale. Ero però molto curiosa quando è arrivato, forse perché la mia domanda è sempre la stessa: come funziona la creatività in un vero artista? Non parlo di gente come me che scrive libri che potrebbero essere discutibili, ma di un artista riconosciuto com’è appunto David Lynch.

Ho sempre trovato che i film di Lynch siano tutti collegati in qualche modo e l’ultima stagione di Twin Peaks ne è la prova. Mio fratello Sandro dice sempre che anche i geni hanno una sola buona idea nella loro vita, e ho pensato che potesse essere questa la ragione. Che poi, io non so se questa frase di mio fratello non sia da prendere con le pinze, perché i suoi sono sempre dei postulati che lasciano il tempo che trovano.

Lynch attribuisce i suoi meccanismi creativi alla meditazione trascendentale – che, ho scoperto, si occupa anche di far insegnare ai meno abbienti grazie a una fondazione benefica a suo nome (il ricavato del libro finanzia tra l’altro questo progetto). E sicuramente la meditazione ha un grosso ruolo nella bellezza delle sue opere, ma secondo me non bisogna confondersi: la meditazione trascendentale è per Lynch un tramite attraverso cui le idee emergono. Non sono idee tutte sue. Ci sono esperienze, ci sono casi di cronaca – leggendo il libro, capisci che in effetti “Strade Perdute” è una pellicola sul femminicidio e su un disturbo mentale che costringe alla rimozione di azioni davvero orribili che vengono compiute – ci sono poesie, libri, quadri, musica (oh sì, la musica è decisamente un capitolo a parte). No, non mi serviva un libro per capire che David Lynch è l’intellettuale più lucido e stimolante del nostro tempo, ma queste pagine me l’hanno ricordato.

La parte che mi è piaciuta maggiormente è quando Lynch spiega come ognuno abbia bisogno di serenità per lasciar fare alla creatività. La serenità sembra che di questi tempi sia una chimera. Basta leggere i giornali per essere continuamente upset, sballottata tra diversi pensieri in lotta tra loro. Forse il Tibet è l’unico luogo che ci potrebbe salvare. Non intento il Tibet fisico, quanto quel luogo dentro di noi che aspira alla pace. Sì, la pace è – dicendola con David Lynch – la più grande aspirazione dell’essere umano, ma viene troppo banalizzata. Perché è difficile da raggiungere, ma non impossibile.

La paura del presente

Qualche tempo fa, la mia amica e collega Valentina scrisse qualcosa di molto importante su Facebook. E cioè che la morte di un innocente fa diventare il nostro lavoro molto difficile. A me la cronaca nera capita di rado, lei la fa ogni giorno. Non la invidio per niente, anche se lei è molto brava. L’ultima volta che ho accettato di fare la nera fu per il funerale di una 18enne morta di meningite. A causa delle impossibilità da mamma, quella fu l’ultima volta, ma so che non sarà l’ultima in assoluto.

Non è sempre stato così, una volta pensavo che fare la cronaca nera fosse la mia massima aspirazione. Avevo 18 anni e stavo facendo il colloquio per Nuovo Quotidiano di Puglia. Mi accompagnò a Lecce Giuliana, che lavorava già per quel giornale. Il redattore con cui avrei parlato si chiamava Renato e, senza smontare l’entusiasmo dei miei 18 anni, mi spiegò che la nera era più complessa di quello che pensassi. Più difficile e anche più pericolosa. Ovviamente il tempo mi ha permesso di capire così tanto da dargli ragione.

Nei giorni scorsi, ero alle prese con un articolo per cultura e spettacoli – è lì che io scrivo da qualche anno e forse sarà la mia specificità per sempre ormai. Sul comunicato che avevo parlava di un concorso in onore di una bimba. Il nome non mi era nuovo, così ho fatto una ricerca, ritornando a contatto con la storia tristissima di un incidente stradale in cui una mamma e una bimba erano morte. Non sono riuscita a trattenere le lacrime, e non era la prima volta.

Il mio compagno si è chiesto (e mi ha chiesto) se fosse un risvolto dell’essere madre. Gli ho spiegato che no, non era questo. Finché guardi un film splatter sai che è finzione e alla fine ti piace perché fa quasi ridere (diciamo come “Nightmare” e mai sia come “Hostel”). Quando sei in uno di questi funerali, la gola diventa letteralmente secca. La parola più diffusa diventa «perché» e finisci per tornartene a casa con questo dubbio. Che non ti abbandona nei giorni, nei mesi e negli anni a seguire. Non dimentichi mai quel dubbio.

Va a finire che diventa parte di te, come se la tua anima sia un puzzle di tanti perché senza risposta.

Bye bye prof!

Oggi volevo scrivere altro, ma mi è arrivata una conferma molto triste. Il professor Antonio Stomeo è morto, una delle persone più importanti per la mia formazione politica giovanile. Non era stato mio insegnante, so che da giovane insegnava il francese nel liceo cittadino, per me era più una cornucopia di aneddoti, tante storie attraverso le quali guardava il mondo: Maglie, l’Europa, il partito. Gli ero davvero affezionata.

Negli anni della militanza, era spesso con il suo grande amico, il professor Rocco Merola, che l’aveva presto trasformato in un personaggio dei suoi racconti. Nelle storie di Rocco, Stomeo diventava Stomeno, un folletto che faceva volare gli aquiloni, proprio come faceva il doppleganger reale. La voce della coscienza, che con lucidità analizzava il presente.

Qualche anno fa, poteva essere il 2005, festeggiò i suoi 50 anni di tessera. Perché prima aveva la tessera del Pci, poi aveva condiviso la svolta del Pds e – dopo i Ds – aveva aderito al Pd. Scrissi un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno in quell’occasione, che il caporedattore titolò: «Fedele alla linea per 50 anni».

E “Fedele alla linea” si sarebbe intitolato il mio documentario su di lui, che non so se monterò mai. Non lo so perché per me è complesso, è come aprire un vaso di Pandora. Finché fosse stato vivo l’avrei montato solo per farglielo avere. Adesso non lo so più. Magari un giorno lo farò per Rocky, per mostrargli una delle persone più importanti della vita della sua mamma.

Nel girato che ho, mi parla degli aquiloni. Di quella volta in cui l’Unità lo mandò in viaggio in Unione Sovietica. Di quando, da studente, protestava in Francia contro il generale De Gaulle. Mentre parla, il sole tramonta alle sue spalle, fuori dalla finestra. E poi recita una poesia, in francese, di Jacques Prevert. La condivido con voi in italiano.

«Sono andato al mercato degli uccelli
E ho comprato uccelli
Per te
amor mio
Sono andato al mercato dei fiori
E ho comprato fiori
Per te amor mio
Sono andato al mercato di ferraglia
E ho comprato catene
Pesanti catene
Per te
amor mio
E poi sono andato al mercato degli schiavi
E t’ho cercata
Ma non ti ho trovata
amore mio.»

Addio prof, ti ho voluto bene.