Apologia di Masha e Orso

Prima di avere Rocky mi ero fatta un sacco di idee strane. Ero convinta che avrei potuto scegliere io i contenuti creativi con i quali sarebbe venuto a contatto. Da quando ha un mese e mezzo gli leggo dei libri, gli piacciono molto.

A volte guarda quello che sto vedendo io. Gli piace “The Big Bang Theory” ma anche la sigla di “Orange Is the New Black”. Gli ho fatto sentire anche quella di “Twin Peaks”, quando ho visto la terza stagione.

Con i cartoni sono stata abbastanza selettiva. Ha sempre visto i Minicuccioli, che è una serie italiana carina e poi dei pezzetti di “Nightmare Before Christmas” e “Coraline”. Con “La città incantata” non è andata bene.

Sono riuscita a tenerlo lontano da Peppe Pig e Masha & Orso.

Finché non è stato a casa della nonna.

Lì ho dovuto cedere. E sapete che cosa ho scoperto? Che mi sbagliavo di grosso.

Il pregiudizio è una brutta bestia. Ne avevo avuto sentore quando ho parlato dell’argomento con la mia amica Maria Rita, mamma da più tempo di me ma soprattutto donna intelligente. Mi aveva accennato al fatto che Peppa Pig presentasse dei contenuti femministi. E in effetti è così. Il padre è una specie di pasticcione, la mamma è una porcella dalla forza fisica non indifferente. E poi c’è la signorina Coniglio, una coniglia nubile che da sola svolge praticamente tutto il lavoro del paese. E in qualche puntata c’è una guest star femminile davvero importante: la regina Elisabetta. Si parla di amicizia, di ecologia, di educazione, di rispetto.

Con Masha & Orso c’è stato invece un rapporto di odio. È successo per via di un episodio natalizio in cui Masha piangeva dopo aver rotto una palla dell’albero. Ne ero felice, ho sempre pensato che fosse diseducativo: Masha mi sembrava arrogante ed egoista. Andando avanti però si è affezionato ai personaggi ed è accaduta una cosa strana. Nell’ultima puntata in assoluto (SPOILER ALERT), Masha lascia per sempre Orso per andare a stare da sua cugina Dasha. Tutti gli animali sono tristissimi. Quando Rocky guarda quell’episodio si mette immancabilmente a piangere. E anche io ho capito che Masha è tutt’altro che arrogante ed egoista. Me ne sono innamorata anch’io alla fine.

Sapete qual è la morale della storia? Che i contenuti che pensiamo vengano veicolati non sono quelli che vengono effettivamente veicolati sui bambini, che non hanno nessun sostrato. Loro riescono a percepire tutto senza alcuna sovrastruttura mentale. E riescono a trarre il meglio dalle cose.

Pensiamo che i nostri figli possano essere coloro sui quali riversiamo giustamente le nostre aspettative, ma non deve essere così. Ma la cosa assurda è che sono io a imparare da Rocky, forse molto più di quello che lui impara da me.

Per cui: evviva Masha, evviva Orso, evviva Peppe Pig! Ma soprattutto evviva la signorina Coniglio!

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Un cane di nome Pablo (i capitoli inediti della giornalista precaria)

Il gruppo Facebook “Sei di Spettro se” è ormai diventato il mio repertorio di varie umanità. È un bene. Così quando leggo insulti e prese in giro, posso decidere chi non frequentare anche nella vita reale. Come un ristoratore che di recente ha offeso un ragazzo che conosco, che anni fa adottò una bimba di colore. O come una serie di ultrà che hanno deciso di fare gruppo e prendere di mira una ragazza buona e ingenua appassionata di fotografia.

Ovviamente nel gruppo c’è anche da ridere. A volte anche a seguito di meccaniche involontarie.

Tipo quello che è successo poco fa. Un tizio smarrisce un cane e mette l’annuncio sul gruppo. C’è la foto, spiega che il cane si chiama Pablo e aggiunge dove si è perso, in quale punto di Spettro. Ma non mette il numero di telefono per il recupero in caso di avvistamento. Così alcuni glielo hanno chiesto. Ed è andata più o meno così.

X: «Chi devo chiamare se lo vedo?»
Y: «Pablo si chiama il cane».

Non fa una piega.

#MeToo

Ho scelto Phoebe e Joey di Friends perché anche loro erano grandi amici come me e il ragazzo protagonista di questa storia.

A volte anche la storia più oscura può serbare delle sorprese che tieni dentro di te come un bel ricordo. Premetto che non voglio sminuire gli aneddoti relativi a molestie sessuali raccontati dalle donne di tutto il mondo, però in questi giorni mi è tornata alla mente questa storia.

Sono stata molestata tre volte nella mia vita. La prima a 18 anni, da uno sconosciuto mentre andavo a scuola, che mi mise le mani addosso all’improvviso. In quel momento passò mio cugino che mi salvò e mi scortò fino a scuola. La terza qualche mese fa mentre rientravo a casa. Degli operai stavano rifacendo il marciapiede e uno di loro aveva messo già la mano a coppetta per toccarmi il culo. Ho lanciato un urlo con parolacce che ancora se lo ricorda. Ah, e poi ho segnalato la cosa al sindaco dato che questo molestatore veniva anche pagato con denaro pubblico.

Ho saltato la seconda.

Era l’estate del 2003, poco prima di laurearmi. Con un gruppo di amici andai a Cursi a vedere gli Africa Unite nelle cave. C’era tipo una festa del rum e quindi regalavano rum aromatizzato alla frutta. Abbiamo bevuto un po’ tutti. Così, un po’ brilla, me ne sono andata a ballare di fronte al palco. A un certo punto, mi sono sentita qualcosa sul sedere. All’inizio non ci ho fatto caso, pensavo di aver urtato qualcuno o qualcosa. Poi le ho sentite bene le cinque dita sul culo. Mi sono voltata e mi sono resa conto che neppure urlare o arrabbiarmi avrebbe risolto nulla. Dietro di me una specie di palestrato grande e grosso. Una specie di Mastrolindo con lo smanicato alla Pietro Taricone. Me ne sono semplicemente andata e non ho mollato le mie amiche per tutta la sera. Ammetto di essermi sentita fortunata.

Ma la fortuna più grande è stata Stefano. Nella mia comitiva c’era questo ragazzo, piccoletto e gentile, poco più grande di me. Che però aveva bevuto più di tutti e quella sera non era troppo in sé, non lo facemmo neppure guidare. Il giorno dopo gli ho raccontato tutto. Mi ha chiesto: «Perché non me l’hai detto subito? Ci avrei pensato io!».

Ho perso di vista Stefano un anno dopo o poco più. Ovunque sia, mi piacerebbe dirgli che in cuor mio lo ringrazio della protezione e delle risate.

Il rosa, le convenzioni e…

Mio padre aveva un bel maglione rosa forte. Quando è morto, la mamma l’ha regalato a una sua amica – era nuovissimo – perché temeva che altri uomini non l’avrebbero indossato. A papà stava bene, lui aveva la carnagione scura. Era uno dei suoi preferiti.

In questi giorni, ho condotto una lunga riflessione sui pregiudizi e sui luoghi comuni. Molti, quando cammino per strada con Rocky mi dicono «che bella bimba» e «ciao, principessa». Il fatto che abbia rotto tutti i ciucci e gliene abbia comprati due rosa che erano gli ultimi in negozio non aiuta. Così, mi sono chiesta: può un colore fare al caso di una persona o di un’altra in base al suo sesso? Quando acquisto online, gli abitini più colorati sono per femminucce (come la tutina che mi è appena arrivata, ma che secondo me è bellissima ed è unisex, neutra). Per i maschi blu, celeste, verde, coccodrilli, dinosauri e camion dei pompieri. I maschi sono «gli eroi di mamma» sulle t-shirt, le femmine «la principessina di papà».

Sono sempre stata allergica a questo tipo di pregiudizi. O forse a tutti. Poi ultimamente la cosa sta peggiorando, da quando leggo la pagina del Signor Distruggere e vedo di mamme che attaccano maestre solo perché dicono ai bimbi che da grande potranno fare qualunque mestiere vogliano, che i maschi possono svolgere le faccende domestiche e le femmine guidare i camion. Cioè, facciamo a capirci: c’è un dibattito in corso sulla scuola, se non sia troppo presto scegliere a 13 anni l’area di interesse per la propria professione futura, dopo la scuola media, e ci sono genitori che nel 2017 credono che ci siano cose off limits per i propri figli?

Sì, ci sono. Il mio compagno dice che non dovrei preoccuparmi, che sono una minoranza e che per fortuna al mondo le persone sono tutte diverse. Ma io ho sempre il terrore di certi retaggi.

Ieri, mentre ero al parco con Rocky, c’era una donna incinta seduta su una panchina. Si chiama Mariangela, era una mia compagna delle scuole elementari. Ovviamente non ci siamo salutate, non ci siamo mai state simpatiche, neppure quando alle superiori uscivamo insieme la sera. Quando Mariangela organizzò una festa per i suoi 16 anni era estate. Erano gli anni ’90, tutti guardavamo “Willy il principe di Bel Air” e io indossavo la salopette abbassata, proprio come lui. Mia mamma mi aveva fatto a mano due top quell’estate, uno verde e uno con tanti colori. Erano top corti, che lasciavano la pancia scoperta. Quelle cose che si dovrebbero indossare a quell’età, se ci si sente a proprio agio dentro. Mi piacevano moltissimo, uno verde in particolare, che poi fu quello che misi sotto la salopette. Mariangela mi chiede: «Ma tua madre ti ha vista che uscivi così da casa?». La mia risposta fu: «Veramente questo top l’ha fatto lei».

A volte temo io stessa di essere vittima di certi retaggi. E sicuramente ogni tanto sbaglio. Ma credo che sia importante combattere questo genere di pregiudizi. Sembrerà un luogo comune ma una persona non è l’abito che indossa o il colore dell’abito stesso.

Anche se quegli stivali bianchi che indossava Mariangela proprio non li posso digerire.

Vita, amicizia, morte (e sciocchezze che penso solo io)

Faccio un piccolo preambolo. Negli ultimi tempi non mi sembra di avere molto a cuore la mia città e i suoi abitanti. Credo però che sia qualcosa che ha a che fare con il modo in cui sono fatta io e in cui sono fatti gli altri, per cui immagino che in un’altra città avverrebbe la stessa cosa. Da un lato è accaduto qualcosa, nelle scorse settimane che mi ha fatto sentire sollevata. Sono stata molto preoccupata di scrivere di cronaca, un po’ perché sono certa di non essere all’altezza di chi mi ha preceduta, un po’ perché, be’, io non piaccio alla gente. Credo sia connesso con il fatto che nessuno riesce davvero a inquadrarmi, tutti nutrono aspettative, ma io poi faccio qualcosa che li spiazza.

Comunque, nelle scorse settimane ero nell’ufficio del sindaco perché dovevo raccogliere materiale per un articolo. Era successa una cosa che mi aveva scatenato un po’ di tensione: a un mio articolo era stato aggiunto un dettaglio erroneo e lui l’ha menzionato subito. Ho avvertito un estremo disagio, anche se alla fine lui non se l’era presa. Alla fine dell’incontro, ho cercato di risalire al perché di quel dettaglio e lui ha fatto una battuta. Ho riso, era davvero divertente. Tutto si è stemperato. Per un attimo mi sono sentita bene.

Poi, nei giorni successivi, sono tornati gli attacchi di panico, anche più violenti.

Tutto il mio preambolo è per introdurvi alla notizia del giorno. Al mio paese è stato trovato un uomo morto nella sua casa. Era morto presumibilmente da un mese. Quando si sentono o si leggono certe notizie, ci si ritrova a immaginare che la persona in questione sia estremamente sola. Io quest’uomo lo conoscevo – anche se il nome molto comune all’inizio non mi ha detto nulla – lo conoscevo bene fin da quando ero piccola. Era una persona sorridente, aveva una grande rete di amici. Lo si incontrava spesso alle panchine della piazza. Mi sono ritrovata a chiedermi perché nessuno si sia accorto della sua scomparsa. Non mi sono data una risposta, perché sono io quella che di solito fa le domande.

Mi sono resa conto che la mia non è una provocazione sulla città e sui suoi abitanti, benché come tante altre volte mi senta masticata e sputata. È solo un interrogativo.

Forse siamo solo distratti.

Dico siamo perché solo nei giorni scorsi ho scoperto della morte di una persona a cui tenevo molto, il professore Rocco. Vi ho parlato di un altro dei “grandi anziani”, della memoria storica del partito che frequentavo nella mia militanza giovanile, il professore Stomeo. Rocco e Stomeo erano molto amici e mi hanno insegnato tante cose. Erano delle brave persone, delle persone meravigliose. Ma per entrambi non ho saputo tempestivamente della loro scomparsa. Proprio io, che dovrei avere mille occhi sulla città. Mi sono distratta? Sono stata troppo presa da me stessa.

Non lo so se è questa la risposta corretta a tutta la questione. So che mi è dispiaciuto di Rocco, era anche un bravo scrittore.

È una cosa che dovrei cambiare la mia assenza. Dovrei essere diversa. Almeno nei confronti di chi mi ha dato tanto senza ricevere niente in cambio.

“Nessuno mi vede”, storia tragica nell’America anni ’50

Uno dei primi libri da adulti che ho letto nella mia preadolescenza è “Nessuno mi vede” di Pauline Waugh. L’edizione era proprio quella in foto, dato che i miei erano abbonati al Club degli Editori. L’ho riletto più volte nel corso della mia vita, l’ultima durante uno strano viaggio in treno fino a Trani del quale non ricordo più tantissimo. Credo che però sia giunto il momento di rileggerlo. Questo romanzo mi fa compagnia nei momenti più strani della mia vita, quando mi sento sola, quando, come per la protagonista, «nessuno mi vede».

La storia parla di Matilda, un’adolescente atipica, con il naso sempre affondato nei libri. Il padre di Matilda se n’è andato quando lei era molto piccola e poi è morto, lei ha sempre vissuto con la madre, figlia a sua volta di un terrificante arcigno pastore battista, in un paese dal nome eloquente, Hicksville, letteralmente «città di zoticoni». Hicksville si trova in uno degli Stati del sud degli Usa: siamo nei primi anni ’60, le prediche del reverendo Martin Luther King non hanno trovato qui terreno fertile e gli abitanti sono dei tipi. Razzisti, ma comunque tipi. C’è il bullo della scuola, la ragazza facile conclamata, la bibliotecaria che legge di nascosto romanzi considerati pruriginosi per l’epoca, come “Tropico del Cancro” oppure “L’amante di Lady Chatterley”, ci sono gli ammiratori della madre di Matilda, sempre troppo goffi e stupidi. E poi c’è Ainsley, che ha una ferramenta, e che riesce a far breccia nel cuore della vedova allegra. E c’è Leroy, il vicino di casa epilettico che ogni notte stupra Matilda per rifiorire, per sentirsi normale.

È facile immedesimarsi in Matilda, una giovane il cui cuore e cervello sono sempre in contrasto. Matilda lotta tra istinto e ragione, prendendo anche delle pessime decisioni, come quella di mettere lo sgambetto a una coetanea afroamericana e attirandosi le critiche materne. Perché va bene essere razzista, ma non si deve darlo a vedere in questo mondo al rovescio. Matilda è lontana dai suoi compagni di scuola, dai loro rituali che non comprende. La sua solitudine è una sorta di invisibilità, come un alone che la ricopre quando cammina per strada. Anche quando gli altri si accorgono di lei, nessuno la vede veramente. Nessuno sa quello che pensa o quello che ha nel cuore.

Pauline Waugh accompagna la narrazione a una scrittura piana ricca di riferimenti alla cultura statunitense della prima metà del Novecento. La realtà che descrive è in fermento: l’assassinio del presidente Kennedy arriva anche a Hicksville, ma sembra lontano, in un’altra galassia. In quel microcosmo tutto è autoconservativo, le persone non tornano sui propri passi e anche uno stupro reiterato cerca di trovare una giustificazione, cozzando inevitabilmente con il disgusto del lettore. Anche la cattiveria apparente di Matilda non è che una maschera, dietro cui si cela una persona estremamente fragile.

La capacità di Waugh è nel modo in cui riesce a mostrare quasi il film della sua narrazione. Con la soggettiva di Matilda il lettore vede le storie di Hicksville e in un certo senso le subisce. Come una folle corsa, di notte, con il pancione – frutto dello stupro più crudele – tenuto nascosto fino a quel momento. Perché anche la maschera più tenace può calare, se dall’altra parte c’è qualcuno che riesce a vedere.

Il senso di tanta solitudine, di tanta disperazione, è racchiuso nella chiosa finale. «So come vivere odiando. Esiste un modo per imparare a vivere amando?»

Questa frase mi ha accompagnato lungo il corso di tutta la mia vita. Ci ho provato. Non so se ci sono mai riuscita completamente.

“Mi piaci (quasi sempre)”, quando i genitori litigano

Torniamo a parlare di un libro di Anna Llenas. Dopo “I colori delle emozioni“, vi parlo di “Mi piaci (quasi sempre)”. Come il libro precedente c’è una grande cura sulla tecnica del pop up – in più qui ci sono delle pagine che si spalancano ulteriormente per raccontare la storia in grandi impalcature formate anche da materiali che non contemplano la carta.

Partiamo dal fatto che tutti i genitori litigano o quanto meno discutono. Succede sempre: per questioni quotidiane ma anche per questioni ideologiche. Ma a meno che il rapporto non sia giunto al capolinea, queste discussioni a un certo punto si fermano e i genitori tornano ad amarsi come prima. Questo libro serve a far comprendere ai bambini il fenomeno.

Ogni bimbo vorrebbe che i propri genitori vadano sempre d’amore e d’accordo, ma non è possibile. I genitori hanno qualcosa in comune ma sono anche due persone diverse. Nella storia, due insetti, Lolo e Rita comprendono di amarsi ma sono allo stesso tempo indispettiti dalla reciproca diversità. È così che funziona l’amore, forse il sentimento più complicato da spiegare ai bambini. Che capiscono affetto e attaccamento fin da subito, ma l’amore? L’amore è anche ricercare questa comprensione reciproca. Che non sempre arriva, ma, ecco, ci si lavora su.