Nell’inferno delle mamme (ovvero l’inferno sono gli altri ma non vorrei generalizzare)

Essere una mamma significa anche giocare d’anticipo. Non solo quando tuo figlio piglia la rincorsa e rischia di sbattere la testa contro il termosifone – cosa che è accaduta realmente a Gigi, il vicino di casa di mia mamma quando non ero ancora nata. Devi giocare d’anticipo con la società e quindi anche con il sistema scolastico.

A febbraio ho iscritto Rocky a scuola, in anticipo. Ho pensato: con quell’anno in più potrebbe prendersi un periodo sabbatico post-diploma, magari viaggiando in interrail, una cosa che io non avrei neppure potuto sognare. Potrebbe farsi un Erasmus con calma. Potrebbe essere padrone del proprio tempo, in un’era che fortunatamente non obbliga più alla leva obbligatoria per i pene-dotati.

Era quello che speravo, finché ieri la scuola non mi ha convocata. Già ho subodorato qualcosa che non mi piaceva. Non solo perché mi hanno chiamata con il cognome del mio compagno, ma perché mi stavano facendo perdere tempo a metà pomeriggio di un giorno molto lavorativo come un normale lunedì. Ho avuto un attacco di panico. Ma quando sono andata lì è subentrata la rabbia. Non tutti i bimbi sarebbero stati ammessi.

Ero dispiaciuta solo per una questione geografica: tutte le altre scuole sono distanti alcuni chilometri da casa mia. Ora devo rivedere la logistica. Comunque ho trovato un’altra scuola che lo possa ammettere (con riserva, tanto più che siamo a fine giugno). Ma sono grata per questo. È curioso, mi sono confrontata con due moduli di iscrizione differenti e questo è quello che ho scoperto:

  • la prima scuola prevedeva obbligatoriamente la firma di entrambi i genitori, nella seconda è stata sufficiente la mia;
  • la prima scuola aveva un modulo di 10 pagine, la seconda di sole 4;
  • nella seconda scuola i criteri di ammissione sono nero su bianco, hanno la precedenza i bambini con un genitore o due che lavorano;
  • nella prima scuola si firma un consenso sulla privacy per cui i bambini possono essere pubblicati sui social, in modo che tutti sappiano a che ora entrano ed escono da scuola, nella seconda non ci sono profili social, quel consenso serve probabilmente per noi giornalisti nel caso dobbiamo pubblicare notizie celebrative (le sole che in Italia possono prevedere foto di minori e comunque con una serie di prescrizioni).

Poi ho fatto anche la sommatoria di alcune cose che non mi sono piaciute, come la supponenza della preside, che ha iniziato a vantare il fatto che i loro bambini usino il computer. Le ho fatto notare che anche a casa mia il mio bimbo vede usare il computer tutti i giorni, ricevendo come risposta:

No, ma non così.

Come se sapesse cosa faccio nella vita. Cosa che poi ha abbondantemente scoperto perché su quei moduli c’erano un sacco di richieste sui fatti miei.

Ultima cosa, nell’incontro di ieri, lei ha detto che avrebbero dato la precedenza agli iscritti in ordine delle loro date di nascita. Non ha menzionato altre variabili. Quando oggi ho chiamato la scuola – l’ho chiamata io – i suoi collaboratori non solo mi hanno chiesto una lettera di rinuncia, dopo avermi detto che il bambino non era stato ammesso, ma hanno accennato al ricorso ad altri variabili, come eventuali fratellini o sorelline già frequentanti l’istituto. Ah, e mi hanno chiesto perfino di mandare un documento di rinuncia all’iscrizione: un vero e proprio falso in cui io avrei affermato di aver scelto di ritirarlo e non che siano stati loro a rifiutarlo.

A queste persone io auguro complottisti a palate. Forse imparano a stare al mondo.

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La capacità di adattamento

«Signora, sua figlia ha sei mesi di vita».

È così che inizia il mio viaggio nel mondo, quando i miei genitori mi portarono neonata al Policlinico di Bari per capire cosa avessi. È la prima volta che scrivo di questa storia, che racconto tranquillamente a chi mi conosce bene o a chi mi è molto simpatico. Che poi è una storia sulla capacità di adattamento, o almeno sulla mia.

Sono nata con un nevo gigante sul volto. Ma quando sono nata, i miei, un ragioniere e una commerciante, non sapevano cosa fosse. Così mi portarono al più grande ospedale nelle vicinanze. Ma lì dissero loro che avevo un tumore e che non avevo grosse speranze di sopravvivere. Potete immaginare come si siano sentiti sulle prime. Poi, ragionandoci, hanno voluto un secondo parere. In quel periodo, papà leggeva l’Europeo e in allegato davano delle guide sui maggiori luminari italiani, per cui approdammo a Roma, a un ospedale che non c’è più, che si chiamava Sacro Cuore di Gesù o qualcosa del genere. Era un istituto gestito da religiosi – privato ovviamente – dove un medico luminare, con uno sguardo, li tranquillizzò: «È solo un neo, possiamo toglierlo». Ho avuto piccolissima le mie prime due operazioni di chirurgia plastica, la prima a un anno e mezzo – racconto una storia buffa relativa a quel periodo proprio qui – e poi fino ai sei anni ci sono state delle visite di controllo. Nulla più: solo chirurgia estetica. Mi dissero anche che ero stata fortunata, che quel tipo di nei può interessare l’80% del corpo.

Tutta la vita però avrei avuto a che fare con degli idioti. Mia mamma mi ha istruita molto bene, non mi è mai importato molto di cosa dicessero gli altri. E in effetti sono stati sempre gli altri a dare maggior peso alla cosa, ad addurre significati simbolici o psicologici. Al di là del fatto che non amo gli specchi né le fotografie non ci penso quasi mai alla questione.

Una decina di anni fa ho subito una terza operazione, sempre estetica, che si chiamava lipostruttura. Mi hanno preso del grasso dalla pancia – e lì ce n’è sempre in abbondanza – e mi hanno rimodellato il viso. Stavolta sono stata da Humanitas a Milano. È stata un’esperienza piuttosto divertente, che ho vissuto in solitudine – se eccettuiamo il fatto che mio fratello mi ha portata abbastanza imprudentemente a bere la sera prima. Il giorno stesso che sono uscita dall’ospedale mi sono messa su un vagone letto e sono tornata a Maglie.

In questi anni, i miei concittadini si sono dati da fare nello stilare delle congetture. O meglio, loro pensano che sia così, ma si tratta di miei invenzioni. Tipo che mi ha morsa il cane o che mio fratello – l’altro, non quello che mi portò a bere a Milano – mi ha buttato giù dalle scale. Il mio capolavoro è la storia secondo cui sarei nata a Chernobyl. Il capolavoro di mio fratello è invece l’incidente stradale in cui eravamo in auto io, lui e una certa celebrità e lui sarebbe rimasto l’unico illeso. Lo raccontò alla signora che ci vendeva le ricotte per la pasticceria, che con una delicatezza senza pari mi chiese: «’A signorina sarà ca s’ha tajata». Mi fece sorridere la signora. Mi fece venire voglia di dirle la verità.

In tutte queste storie ce ne fu una che mi fece male. In realtà sono un paio, ma sono simili. Dopo un’assenza da scuola, in seconda media, una ragazza bulla mi disse che l’insegnante di italiano aveva raccontato a tutti che ero nata con una macchia strana sulla faccia e che da quello dipendevano i miei problemi di socialità. Mi sentii tradita. Pensavo che gli insegnanti avrebbero dovuto proteggerci, aiutarci a imparare qualcosa, non fare pettegolezzi inutili. A chi sarebbe giovato? A me non di certo. Tanto più che la mia scarsa socialità è caratteriale: io amo la solitudine, amo il silenzio.

Ho inventato tante storie parallele su questa unica storia che corre lungo tutta la mia vita. Come fosse un grande romanzo in cui tutti i personaggi sono un’unica persona.

La mia mamma mi ha sempre insegnato che quello che conta lo abbiamo dentro. Be’, ci sarà prima o poi qualcuno che avrà la capacità rivoltarmi.

Il “mio” Festival del Cinema Europeo

Foto dalla fanpage su Facebook.

Erano due anni che non vivevo in questo modo il Festival del Cinema Europeo. L’ultima volta mi accadde una cosa spiacevole – una perdita abbondante fuori ciclo mentre ero in conferenza stampa – e ho temuto per la mia salute, ma poi per fortuna chissà cos’era.

In due anni sono cambiate tante cose. Innanzi tutto sono molto ingrassata e quindi non sono più il ghepardo di una volta. Mi sono stancata tantissimo a livello fisico, non avevo quasi il tempo neppure per mangiare. A livello mentale anche peggio, a causa dell’assenza relativa della mia caporedattrice: è come mi avessero tolto il salvagente e buttata dal Fascio grande (uno scoglio che c’è a Otranto, dove andavo da bambina), senza nessuna sicurezza. Alla fine però ce l’ho fatta. Non so se ho fatto un buon lavoro, ma ovviamente è quello che spero. O almeno spero in un lavoro almeno decente.

In queste situazioni mi sento sempre un pesce fuor d’acqua. Non sono brava né blasonata come le mie colleghe. Non sono carina. A quanto pare suscito l’ilarità di tutti quando apro bocca (come mi è accaduto di fronte a Kim Rossi Stuart). Tra l’altro c’è stato un momento che è abbastanza descrittivo di quanto io sia la figlia di Mister Bean. Ero in sala stampa e stavo inserendo il MagSafe nella ciabatta. Giravo e rigiravo lo spinotto che attacca al Mac, ma il led non si accendeva. Credo di aver trafficato per cinque minuti buoni, sotto lo sguardo di un collega di una grande testata molto preoccupato. E insomma: la ciabatta non era collegata alla corrente. Ma immagino che sia comunque complicato per me riabilitarmi agli occhi degli altri, per cui lascio perdere direttamente. Troppa fatica se poi combino queste cose.

Quello che penso del Fce l’ho anche scritto sulla fanpage. La qualità dell’offerta è sempre crescente. Penso che questo sia la migliore edizione cui ho assistito, anche se sicuramente l’anno prossimo sarò smentita. È stato emozionante. Sono riuscita a vedere pochi film, due anteprime ma eccezionali (“Rudy Valentino” e “Respiri”).

C’è dell’altro che però non ha a che vedere col mio lavoro. Quando andavo al Fce fino a due anni fa, papà veniva a prendermi alla fermata del bus. Stavolta papà non c’era. Lui mi aspettava poco dopo la rivendita di mozzarelle, a volte in auto, a volte fuori con lo sportello chiuso. Non c’era mai stavolta. Ovviamente non c’era. Dicono che la cosa peggiore per chi resta sia interrompere una routine. In questi giorni ci sto pensando molto, tanto più che oggi dovrei intervistare un calciatore che gli piaceva tanto. Mia mamma dice che ci si abitua a tutto, ma quando lei torna a casa non è la stessa cosa. Non lo è mai. Credo abbia ragione.

Ho detto una cosa ridicola di fronte a Kim Rossi Stuart

Kim Rossi Stuart con l’Ulivo d’Oro – foto fornita dall’ufficio stampa del Fce.

No, dovete capirmi. Lui è lì. Altissimo, bellissimo e levissimo. E io non amo parlare in pubblico. Per cui premetto che è colpa mia: la domanda mi sarà uscita malissimo, ne sono consapevole. Però ci tenevo a fargliela, tanto più che sono un’appassionata di reboot e una Netflix dipendente.

Era ieri. Kim Rossi Stuart è stato al Festival del Cinema Europeo per ricevere l’Ulivo d’Oro alla carriera e ha incontrato i giornalisti. Così gli ho chiesto se ritenesse possibile un reboot di Fantaghirò con gli attori originali. Forse per chi non è avvezzo ai social si è perso tutto quel trambusto per l’acquisizione dei vecchi film da parte di Netflix, richiesti a furor di popolo. Non è stato uno dei suoi lavori che ho apprezzato di più – così come “Il ragazzo dal kimono d’oro”, dove secondo me l’attore scontava il fatto di recitare in un ruolo simile a quello di Ralph Macchio in “Karate Kid”, ma di avere l’aspetto del rivale William Zabka.

Ho creduto di fare una domanda intelligente. Mi sono sentita piccola piccola. Evidentemente la domanda non era tanto intelligente e attuale come credevo. È stato gentile comunque. I colleghi hanno riso.

Mentre scrivevo l’articolo – cosa che poi ho anche scritto ed è finita sull’edizione nazionale – mi sono chiesta: ma perché può “risorgere” Jon Snow e non può tornare Romualdo?

È la storia della mia vita. Mi piacerebbe non sentirmi così, eppure non posso farci niente. Però in tutto questo c’è qualcosa di positivo. Sono riuscita a vincere le mie paure e fare una domanda davanti a tutti – era accaduto solo con un personaggio che amo tantissimo, al mio primo Fce, Aki Kaurismaki. E forse per una giornalista precaria di provincia è davvero tanto.

Ps: la settimana prossima vi racconterò comunque della mia ennesima esperienza al Fce, che è stata come al solito faticosa ma entusiasmante.

Ciao papà, guarda come mi diverto

Il mio papà quando era nella formazione giovanile del Maglie.

I miei pensieri sono iniziati nei giorni scorsi, quando la mia mamma mi ha portato una foto di papà, di quando frequentava la prima o la seconda ragioneria. Ho calcolato che potesse essere il 1956, anche se non ero sicura fosse la squadra della scuola o quella dell’oratorio ritratta con lui. L’ho pubblicata nel gruppo social del mio paese ma poi l’ho cancellata, infastidita dal fatto che un tizio insistesse su persone, annate e altri dettagli dell’immagine. In buona sostanza, questa persona insisteva che nella foto ci fosse il fratello morto – che in realtà era Vittorio, uno dei migliori amici di papà. Comunque, immagine cancellata faccenda chiusa.

Però mi è capitato di pensare che sfracelli possa fare la corsa all’«io c’ero» che sui social è tanto in evidenza – lo spiego nel post precedente – unita alla glorificazione che mettiamo in atto sui morti.

È una cosa su cui mi sono interrogata spesso quando mio padre è morto. Ho sempre temuto di restituirgli più di quello che mi abbia dato. Perché, a parte gli ultimi anni della sua vita, noi non siamo andati mai troppo d’accordo, per una serie di motivi. Giorni fa raccontavo a una mia amica quanto papà fosse omofobo e sessista – ma non razzista, al massimo aveva un atteggiamento paternalistico nei confronti dei migranti – il che lo accomunava al primo ragazzo con cui sono andata a letto. La mia amica Cristina, che studia psicologia, ne avrebbe molte da raccontare sul mio conto.

Papà non era un santo (nessuno di noi lo è e nessuno vorrebbe esserlo), ma a un certo punto abbiamo trovato il modo di volerci bene. E spesso mi capita di ricordare cose buffe – tipo quando lottò contro un pipistrello che era entrato in casa – o cose tenere – come quando mi portò al mio primo comizio di Massimo D’Alema a 12 anni. O anche grottesche, tipo quando il giorno prima della laurea in Lettere mi ha chiesto: «Come mai non hai studiato Ingegneria?». Ma so anche di non dover dimenticare i tratti negativi del suo carattere e provare a essere un genitore diverso da lui.

Non sempre quello che lasciamo dopo la morte è giusto e bello. Magari in vita siamo stati degli stronzi – quando morirò io, sono certa che un sacco di gente sarà prontissima a descrivermi così. È giusto ricordare l’yin-yang che fa parte della nostra esistenza. È molto probabile che racconterò a Rocky delle storie sul nonno quando sarà grande. Di quella volta che è stato rincorso dai cani a Trezzo sull’Adda – dove era andato per trovare una ditta di filati – di quando ha scambiato le strelitzie dello zio per dei pinguini, della prima volta in cui mi ha portata su una spiaggia sabbiosa.

Ci vuole misura nelle cose. Lo so che i social a volte abbassano il senso della misura, ma ci vuole.

Ieri è stata la festa del papà. Gli avrei comprato una bottiglia di Pampero Aniversario. Ma non gli avrei perdonato quel considerarmi sempre al di sotto delle sue aspettative.

Dove eravate quando è morto Kurt Cobain?

Io negli anni ’90, quando ascoltavo i Nirvana, leggevo un sacco di classici e pensavo che il mondo fosse la mia ostrica.

Non sto per parlare di musica, ma di qualcosa di più ampio. E di campagna elettorale. Parto dalla fine. Da gennaio, tra le cose che faccio per lavoro, mi sono occupata di seguire la campagna elettorale per un partito, ma non vi dirò quale. Voglio solo specificare, per onestà, che questo non ha interferito con il mio solito lavoro, o non avrei potuto deontologicamente scegliere di farlo. Le campagne elettorali mi piacciono, mi ricordano di quando ero una giovane attivista, anche se ora è molto diverso. Ora è lavoro, ci sono delle scadenze e delle responsabilità più grosse e importanti. E soprattutto non c’è contatto tra me e i politici in senso stretto, dato che mi occupo di questo per conto di un’agenzia. Mi piace molto ugualmente, da qualunque lato la si guardi. Lo stress si fa sentire, mentre quando ero giovane si limitava a strappare la mia amica ubriaca, la notte dei risultati, dalla macchina del mio ex cui voleva bucare le ruote.

Quando dico che è cambiato tutto, è cambiato letteralmente tutto rispetto a 15 anni fa. Perché ci sono i social network. Non vi allarmate, questo non è un post da «oh quanto i social network sono il male». I social network non sono il male, sono un mezzo, interessante peraltro per capire davvero le persone da cui siamo circondati. Se uno è un vile, sui social si vede subito, soprattutto da come commenta. E ho letto tantissimi commenti in questo mese e mezzo. Alcuni erano positivi o erano semplicemente neutrali, chiedevano più informazioni, anche se magari non provenivano da qualcuno che avrebbe votato quel determinato partito. Ma altri erano offensivi, disinformati, pieni di parolacce, qualcuno anche di minacce. Poi ci sono stati anche dei miei colleghi che si sono messi a scherzare tra di loro come se fossero al mercato. E va be’, se non altro sono stati divertenti.

I social network tirano fuori il peggio delle persone? Non credo sia proprio così. È solo che, se sei cattivo, ipocrita o ignorante, sui social, dove non ci sono filtri, si vede subito. E dove si può notare in tutto il suo splendore l’egocentrismo umano. Ognuno di noi è un’isola? Forse sarebbe meglio.

Mi sono ritrovata a pensare questo, mentre un paio di settimane fa scrivevo un articolo sull’anniversario della morte di Kurt Cobain. In quel periodo, si iniziò a diffondere una domanda: «Dov’eri tu quando Kurt si è suicidato?». Già, dov’eri TU. Come fosse quello l’importante. L’«io c’ero» è diventato più importante che l’esserci veramente. Lo noto quando sono a un evento e adulti e normodotati scavalcano bambini o diversamente abili per fotografare dalla prima fila e conservare preziosi ricordi, condividerli, pensando di diventare la notizia.

Nessuno di noi è la notizia. Nessuno di noi è davvero importante. Forse, insieme, invece, diventiamo una collettività che vale qualcosa. Eppure ci è impossibile lavorare insieme. Perché? Chi risolve l’enigma avrà la risposta esiziale della stessa esistenza umana.

Qualche altro giorno e la campagna elettorale sarà finita. Tutto l’entusiasmo sarà alle spalle, un bel ricordo da raccontare ai figli quando saranno grandi. Poi, mi sa che me ne vado in vacanza.

Tipo in Tibet, su qualche montagna.

E io odio la montagna.

“Premesso che ho molti amici gay…”

Qualche mese fa, ho scritto sulla Gazzetta di questa campagna di Arcigay – lo spot è stato girato a Lecce con attori salentini. Naturalmente, quando scrivo delle cose, delle cose che fanno notizia ovviamente, ci sono i pensieri che tengo per me, perché non sono un’opinionista, racconto solo storie. Oggi invece vorrei raccontarvi il mio punto di vista sulla questione, anche perché questo blog resta sempre un diario.

Archiviati i dilemmi sulla morte, oggi voglio parlare di dilemmi sulla vita.

Un mio ex compagno di scuola ha adottato una bimba. Quando ci siamo incontrati, ci ha raccontato che comporta un notevole costo economico. Per lui non è stato un peso, perché è facoltoso, ma immaginava come per molti altri lo fosse. L’adozione non è un processo semplice, a volte richiede degli anni e tanti sforzi, emotivi oltre che economici. Ci sono dei controlli che, giustamente devono essere effettuati. L’adozione potrebbe funzionare come non funzionare – esattamente come un figlio che nasce ma che ha un’indole che non ti aspetti, perché la natura funziona così, siamo tutti esseri umani differenti. Ma essendo l’adozione controllata dall’uomo, si cerca di tendere al meglio, si prova a dare ai bambini un ambiente sicuro, affettuoso e protettivo. Nonostante sia un processo che richieda anni, l’ho sempre trovato giusto, anche se forse la macchina burocratica potrebbe essere sveltita in qualche modo.

In Italia, attualmente, non è possibile per una coppia omosessuale adottare un bambino, neppure se il minore è figlio naturale di una delle persone che compongono la coppia (a meno di una decisione del giudice). I pareri contrari a questa eventualità sono quelli che urlano di più. Ma di fatto, se una legge autorizzasse all’adozione le coppie omosessuali, queste dovrebbero affrontare lo stesso iter, le stesse prove cui da sempre sono sottoposte le coppie eterosessuali. Certo, negli ultimi anni non sempre abbiamo assistito a leggi scritte bene – guardiamo alla nostra Costituzione come qualcosa di perfetto, scritto con lungimiranza dai padri costituenti, a confronto di come invece oggi le leggi vengono scritte talvolta.

Non mi vorrei addentrare nel discorso della gravidanza per altri, ma mi tocca. Non credo lo farei mai, così come credo che non abortirei mai. Ciò non toglie che sono favorevole all’una e all’altra possibilità per gli altri. Perché sono fiduciosa negli esseri umani, sono fiduciosa nella capacità di giudizio e così come so che nessuna donna opta facilmente per un’interruzione volontaria di gravidanza (su su, i casi limite ci sono sempre, ma si chiamano casi limite a posta), non credo che la gravidanza per altri sia un capriccio. A questo servono le leggi, a governare le ipotesi che si possano presentare. Dando diritti alle persone, le si mette nella possibilità di scegliere, e cioè di fare qualcosa che chi è eterosessuale può fare da sempre. Cioè si dovrebbe passare dal privilegio per molti – statisticamente di più gli etero – al diritto per tutti.

Voglio dirvi che non ho intenzione di confrontarmi su questo argomento nei commenti. Mi sono confrontata abbastanza e dal vivo con una serie di persone. Ma questo non cambierà mai quello che credo sia giusto.

Tornando alla questione della campagna Arcigay, lo sapete perché ve ne parlo? Ho riflettuto spesso su questa frase. È la frase che dicono sempre gli omofobi per giustificare quello che stanno per dire. Non si può davvero avere degli amici gay e non pensare che dovrebbero avere una scelta. Sicuramente esistono omosessuali che non vogliono figli – come tanti eterosessuali – ma una legge a favore significa dare una possibilità. A un amico, un amico vero intendo, non dareste una possibilità se è quello che desidera?