Le cure alternative

Il Tribunale di Maglie, come appare su Google Street View.

Quando ho iniziato a muovere i primi passi nel giornalismo era la fine degli anni ’90. Per chi ricorda la vicenda, furono gli anni del processo alla cura Di Bella (e alla sua sperimentazione), che si svolse proprio a Maglie. Non lo seguii in prima persona, dato che fu affidata alla collega con maggiore esperienza, ma spesso andai a dare un’occhiata, conoscendo giornalisti da tutta Italia. Fu una bella esperienza, ma non è quello che ricordo maggiormente.

La cosa che ricordo di più del processo Di Bella è l’entusiasmo che si respirava intorno alla speranza.

Ora, dato che non sono un medico, non entro nel merito neppure dell’idea che mi posso essere fatta sulla vicenda in sé. Quello che posso dire è che per la prima volta ho avuto la percezione di quello che significa per la gente la speranza di una cura alternativa.

È un argomento di grande attualità, ma io sono una che crede – in maniera generica – nella medicina ufficiale. Credo nei vaccini, credo nelle pubblicazioni scientifiche che vengono condivise dal mondo medico, credo nell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Però oggi capisco chi smette di crederci. Non lo condivido e non lo condividerò mai, ma ora capisco qualcosa in più.

È chiaro che gli idioti sono ovunque e anche gli incoscienti. Ma credo di capire quelle persone che, dopo una delusione con la sanità, cercano altro. È altrettanto chiaro (almeno per me) che i medici non siano infallibili. E ce n’è qualcuno che non fa il suo dovere, come vi ho raccontato nella storia del parto di Rocky. Il vero problema è che poi questi medici sfaticati diventano la parabola dell’intera sanità italiana e locale, in barba a quelli che lavorano e lavorano bene.

Sono finita per convincermi che vivere è ormai una cinquina al lotto. La sola cosa che possiamo fare è denunciare i casi di malasanità, cosa che spesso non facciamo per pudore o per timore di non essere creduti. Se non denunciamo, sotto le mani di quel medico sbadato o incapace ci finirà qualcun altro.

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Puzzle (le poesie della giornalista precaria)

La complessità del rancore
delinea quel tempo di morire
che ho perduto.

Non ci sono abbastanza pagine,
mai.

O sono forse troppe.

Mi perdo tra brandelli di parole
che diventano sillabe
e poi suoni
indistinti.

Come annegare nel polistirolo.
Come pagare un debito per altri.
Come distruggere le caselle di un cruciverba
troppo difficile da spiegare.

Il bilancio di fine anno

Sì, sono io con il mio ennesimo paio di Wayferer.

Quando finisce l’anno, si sente il bisogno di fare un bilancio. Le cose che sono andate male, quelle che sono andate bene. Quelle che si è riuscito a fare, quelle che si avrebbe tanto voluto. Io no. Nel senso che, se guardo indietro, non trovo, professionalmente parlando, dei momenti topici su cui fermarmi a riflettere in qualche modo.

Come dico spesso, sono un’operaia dell’informazione, per cui tutto quello che ho fatto è ordinaria amministrazione. Per cui, a parte di essermi liberata da un paio di zavorre di negatività, non credo ci sia molto da dire.

Oggi ho preso un caffè con un amico e mi sono sfogata un po’ sul fatto che mi ritrovo a pensare spesso a quanto la mediocrità venga spesso premiata nel nostro Paese. E con essa l’approssimazione. Noi che facciamo parte della stampa dovremmo fare mea culpa anche per questo, perché a volte creiamo dal nulla determinati fenomeni e avalliamo un sistema errato di cose.

Si parla di te? Allora esisti.

Alcune storie che ultimamente hanno sollevato una serie di reazioni sui social network sono solo la punta dell’iceberg di questo sistema. Per cui uno dei miei propositi per l’anno nuovo è: parlare sempre più di artisti che meritano davvero. Be’, diciamo che intervistando un’artista incredibile come Stefania Sandrelli quest’anno, potrei anche considerarmi a metà strada con questo proposito. Però il senso è più o meno questo.

Sapete cosa riscontro? Che quanto l’artista è più di talento, più facile è l’intervista. Non solo perché ci sono più cose da chiedere, ma anche perché lui o lei sanno metterti a tuo agio. E per una giornalista che soffre di attacchi di panico non è poco. Qualche giorno fa, per esempio, mi è capitato di intervistare Gabriele Cirilli. Abbiamo fatto una chiacchierata adorabile e sarei stata ore ad ascoltarlo parlare del suo lavoro.

Non è sempre così. Certi ti fanno partire l’ansia a mille già dal momento in cui ti rispondono al telefono. Così ho elaborato una mia teoria. Magari è una cretinata, ma è basata sulla mia esperienza e trasposta in statistica. Quanto più un artista è di talento, meglio sarà predisposto a parlare (e meno sarà incazzato col mondo). Poi però a volte ci sono anche altre variabili che dipendono dal contesto e che a volte distorcono un po’ l’immagine che questi artisti ci rimandano. Ma sono le eccezioni che confermano la regola. In fondo, il principio di inerzia funziona in assenza di forze esterne. E analogamente funziona il principio di Angelina.

Forse sull’altro blog mi soffermerò meglio su quest’anno speciale. Intanto, io e Rocky vi auguriamo buone feste e ci apprestiamo a leggere nuovi libri, guardare tanti film e nuove serie, e forse a costruire una macchina del tempo con le costruzioni di gomma. Così, giusto per andare nel futuro a sbirciare i prossimi premi Oscar.

Tanti auguri a noi

È passata la mezzanotte, ma ho ancora in corpo le endorfine per il bel pomeriggio che ho trascorso. Ieri, il giornale per cui lavoro, la Gazzetta del Mezzogiorno, ha festeggiato i suoi 130 anni a Lecce, al Teatro Paisiello, con tanti ospiti e un evento con molti contenuti interessanti. Ed è curioso, perché nella giornata di ieri, 12 anni fa, pubblicavo il mio primo articolo con questa testata. Proprio quando pensavo che non sarei mai diventata una giornalista, incontrai Nunzio, che dice sempre che mi ha «inventata lui». E in fondo è così, è tutto vero.

Per alcuni di noi la Gazzetta del Mezzogiorno rappresenta una costante nelle nostre vite. A volte l’ho scritto sui social network o forse su queste pagine, ma il mio papà la comprava sempre. Collezionavo e tagliavo le vignette di Nico Pillinini e una volta mio fratello partecipò anche a un concorso per vignette indetto dal quotidiano.

Credo che la mia passione per la lettura sia collegata a qualcosa che è successo nel 1990. La Gazzetta realizzò un bellissimo inserto sugli eventi più importanti del decennio appena trascorso. È per questo che conosco molte cose del terremoto in Irpinia, della tragedia di Alfredino Rampi e del disastro dello Space Shuttle Challenger. Avevo 10 anni, ma era impossibile per me non subire la fascinazione di quel libricino.

Io e Annachiara, come dice lei, «le irriducibili delle 3000 battute».

Dopo 12 anni, mentirei se dicessi che va sempre tutto bene. Prima mi sono ricordata di quella volta in cui ho pianto perché non avevo il coraggio di fare qualcosa che invece il mio lavoro comporta. Non è facilissimo, però i momenti di soddisfazione sono di gran lunga maggiori di quelli di difficoltà. Ci sono tante cose che mi appassionano: i personaggi che posso intervistare, le storie che posso raccontare, i dettagli che posso scoprire. E poi ci sono i miei colleghi.

Io sono sempre stata un’outsider, una di quelle che restano calme e indifferenti quando tutti intorno fanno rumore. Non mi sono mai sentita a mio agio in una collettività. A scuola, all’università, al corso pre-parto, me ne stavo in disparte, un po’ per mia scelta e un po’ per scelta altrui. Così mi stupisce sempre quando penso ai modi in cui i miei colleghi mi trattano. Non sono un’estranea, sono una di loro. Questa cosa mi fa piacere, e non perché mi identifica, perché mi dà un posto nel mondo. Mi piace perché non esistono divisioni, ognuno di noi fa quotidianamente del proprio meglio per realizzare un buon giornale.

Tra tutti i video che sono stati proiettati stasera – tra cui quello simpatico di auguri di Giuliano Sangiorgi – ce n’è stato uno che ha mostrato tutte le fasi della realizzazione e della distribuzione di un giornale. Dall’idea all’edicola insomma. Mi ha ricordato di quella volta che una giornalista della redazione di Bari era stata attaccata su Facebook da un commento stupido e fuori luogo nei confronti della concessionaria di pubblicità, in occasione dello speciale sulla Notte della Taranta. Quella volta, la giornalista barese rispose che ognuno di noi – c’erano anche due articoli miei all’interno – aveva lavorato alacremente per ottenere un risultato, un prodotto, e che quindi eravamo tutti colleghi. Ho sempre pensato che quelle parole compendiassero il vero senso di un giornale. Ogni tanto può anche capitare una difficoltà o un’incomprensione, ma ognuno di noi è lì a dare il suo meglio, a mettere un mattoncino in quel processo di produzione tanto complesso che, se togliessimo un elemento, il risultato non sarebbe mai lo stesso.

Il fantasma del ricominciare

Io la faccio facile. Ma la verità è che non è facile essere me. E come me molti altri.

Questa settimana non è stata facile per esempio. Mi ha fatto visita il fantasma del ricominciare. Sì, ogni tanto mi fa visita e non è bello. Quando sbaglio qualcosa sul lavoro, quando qualcuno che mi ha affidato il suo blog ha le paturnie, io vado in crisi.

Qualche volta me ne sono andata io, eh. Curavo dei blog per un commerciante che, a un certo punto, pensò di affiancarmi una tizia per coprire più post. Quello che faceva questa – che lavorava per la metà del mio salario – era copiare i miei post vecchi e aggiungerci i suoi errori grammaticali. Già altre volte non mi ero trovata d’accordo con certe scelte di questo commerciante, che aveva ingaggiato delle persone per fare uno storytelling davvero mediocre per i suoi prodotti. Ma per uscire dal provincialismo, si sarebbe dovuto accorgere di essere un provinciale. Avrebbe dovuto farlo quando pretendeva che non mi arretrassi con i post quando ero in ospedale per la nascita di Rocky. Ora, non voglio ergermi a eroina, ma ho lavorato fino al giorno prima di partorire (non fosse altro che sono entrata in ospedale di domenica) e ho ricominciato il giorno successivo alla mia uscita dal nosocomio (sempre di domenica). Queste sono le cose che mi fanno sentire frustrata. Così quando mi ha chiesto l’impossibile per molti meno soldi, non mi sono fatta scrupoli a mollarlo.

Così quando c’è qualche progetto che mi appaga ma va in stand by per qualche ragione, io vado in crisi. Perché ho paura che, per la necessità di lavorare, accetti anche delle condizioni poco dignitose. O che sia costretta a inventarmi qualcosa. Perché io devo cadere sempre in piedi.

Credo di aver passato metà della mia vita a cercare di ricominciare. È davvero faticoso perché spesso devo fare appello a un sacco di cose che non so fare. La prima volta che trovai un lavoro era per un’agenzia pubblicitaria allucinante. Dopo un mese di quella vita dissi a mia madre che non ce la facevo più, non avrei sopportato un solo giorno di fronte a un computer a fare cose mediocri.

Il lavoro per me è qualcosa di imprescindibile. Ho un senso del dovere innato che non mi lascia scampo. Quando avevo otto anni, mi svegliai di notte perché avevo dimenticato di svolgere delle equivalenze per il giorno dopo a scuola. E mi misi a svolgerle.

Però adesso mi chiedo quanto questo mio modo di essere sia giusto e corretto ora che ho un bambino. Sacrifico la vita per lavorare. Faccio solo qualche pausa, di tanto in tanto, per leggergli un libro, fare una torre con le costruzioni o semplicemente abbracciarlo. Ma vorrei fare di più. La verità è che non sarò mai così brava da scrivere un libro che le persone leggeranno e gradiranno davvero. O così brava da avere una carriera giornalistica folgorante. Finora mi sono accontentata di essere un’operaia creativa. Ma è giusto che con il mio tempo, sacrifichi anche il tempo di Rocky, quello che non tornerà mai più indietro?

Mi sento davvero antifemminista a fare queste riflessioni e mi sembra di dare ragione a quei detrattori dai quali mi sono voluta allontanare. La maternità e il lavoro non dovrebbero essere in conflitto. Ma forse così accade a quelli che hanno una scrivania, un orario di lavoro e che si sentono bravi in quello che fanno.

Io no. Oggi non mi sento affatto brava.

Ho intervistato Stefania Sandrelli

Ieri è uscita sulla Gazzetta del Mezzogiorno la mia intervista a Stefania Sandrelli. Intervistarla mi ha emozionato tantissimo, per cui vi propongo l’articolo anche perché lei è un mio mito personale. So che non si dovrebbe dire e neppure pensare, che noi giornalisti dovremmo essere distaccati, ma è anche giusto riconoscere il valore di un’attrice pazzesca com’è lei.

Una ragazza esile, vestita di nero e con il capo velato, si aggira pudica in una città assolata e in bianco e nero. È appena uscita da una chiesa, dove si è confessata. Si muove con lo sguardo basso fino a una casa signorile con un grande portone. Solo allora solleva lo sguardo, mentre la camera inquadra il nome posto sopra il battente. È l’apertura di una delle scene cult di “Sedotta e abbandonata”, uno dei primi che l’attrice Stefania Sandrelli interpretò quando aveva solo 18 anni. Perché Sandrelli è uno delle icone del cinema italiano e in quanto tale sarà al centro di due incontri organizzati dall’Apulia Film Commission, che fanno capo a un format intitolato “Talk Show”. Sandrelli sarà quindi all’Alca di Maglie sabato alle 20 e al Cavallino Bianco di Galatina domenica alle 19. Gli incontri saranno condotti dal giornalista Fabrizio Corallo, ma sarà presente anche Chiara Coppola, Consigliere di Amministrazione di Apulia Film Commission. Il 27 novembre alle 19 nella biblioteca comunale di Cisternino sarà invece la volta di Isabella Ferrari. Stefania Sandrelli e Isabella Ferrari, racconteranno al pubblico i nuovi progetti lavorativi passando in rassegna i momenti più importanti della loro carriera attraverso ricordi, aneddoti di set e di vita. Sandrelli ha all’attivo ben oltre cento film, con alcuni tra i registi più prestigiosi e memorabili della storia del cinema italiano, da Pietro Germi a Ettore Scola, passando per Mario Monicelli, Roberto Benigni, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Carlo Mazzacurati, Giovanni Soldati. Non è la prima volta in Puglia per Stefania Sandrelli, che nel 1998 era nel cast di “Matrimoni” di Cristina Comencini, parzialmente girato a Trani. «Mio figlio (Vito Pende, ndr) ha un po’ di sangue pugliese – spiega l’attrice – ma ho spesso visitato la regione per conto mio. E poi l’Apulia Film Commission è, insieme con la Film Commission della Toscana, una delle migliori d’Italia».
Sandrelli, al momento è al lavoro con “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino, con cui ha già lavorato. Può anticiparci qualcosa?
«Si è chiusa questa produzione, bene e con una discreta fatica, dato che delle scene con 19 attori ogni giorno sul set sono state un impegno notevole. Ho passato due mesi in trasferta a Ischia, che ho trovato un’isola fantastica. Tanto tempo fa ci ero andata con Gino Paoli e penso che sia l’isola più bella del mondo. Sono stati due mesi intensi, ma la bellezza dei luoghi mi ha sostenuto tanto. Ho visto albe e tramonti meravigliosi. Mi sento affaticata ma sostenuta da tanta bellezza. Il film di Muccino è un film corale sulla famiglia, un tema molto congeniale, dato che ho interpretato varie pellicole sull’argomento. Ho fatto “La famiglia” al cinema con Ettore Scola e “Una grande famiglia” in televisione, un trittico di trasmissioni cui ho partecipato in qualità di nonna, mamma e moglie».
Da “Divorzio all’italiana” a “La chiave” fino a “La prima cosa bella”. Qual è il segreto per essere un sex symbol per molte generazioni?
«Dovrei sentirmi un sex symbol e non mi ci sento. È molto difficile e sarebbe inopportuno alla mia età, ma capisco di cosa si parla, ed è una cosa che appartiene ad altre persone. Credo che abbia a che fare con l’essere sempre se stessi e cercare di attenersi alla realtà. Semplicemente: c’è chi è più convincente e chi lo è meno».
Tra le sue esperienze anche molto cinema internazionale. Quali differenze ha riscontrato dall’interno nel fare cinema in Paesi diversi?
«Ho avuto un piccolo posto al sole che mi è ancora riconosciuto – per esempio la Cinemateca parigina mi omaggerà a marzo. Negli Stati Uniti ho sempre avuto l’idea di andare in modo privilegiato con film italiani. Non mi sono mai sentita di spiccare dei voli azzardati, anche se c’è stata qualche buona occasione. Come diceva la mia mamma, quel che avviene conviene».
Si guarda spesso al cinema italiano di ieri e ai miti che l’hanno reso grande. È andato perduto qualcosa dell’eredità dei diversi Germi, Scola, Monicelli?
«Credo di essere la persona meno nostalgica che esista. Mi sento, anzi, proiettata verso il futuro. Quando vedo dei buoni film di giovani registi o con giovani attori italiani sono molto felice. In passato ci sono stati autori autorevoli ed estremamente efficaci, sono consapevole della grandezza e del genio di registi con cui ho avuto il privilegio di lavorare, che possono rappresentare uno spunto per il presente e il futuro. Il cinema è un’arte in qualche misura alla portata di tutti: i miti sono fonti cui potersi abbeverare e in cui riconoscersi, ma questo è anche un discorso valido per il futuro. Anche questi miti si sono ispirati ad altro. Il cinema è fatto per essere visto ed è normale che si prendano spunti».

Le mine vaganti

Se siete arrivati qui sperando che parli del film di Ferzan Ozpetek, mi spiace deludervi ma vi sbagliate, anche se il film mi piace tanto. Questa è una delle mie solite riflessioni.

Oggi mi è successa una cosa strana. Mi ha chiamato una persona, piuttosto arrabbiata, perché sul giornale per cui scrivo era comparsa la notizia di un evento ma si taceva su chi organizzasse. È stato subito lampante che quell’articolo non l’avessi scritto io – tanto più che sono caduta dalle nuvole – e questa persona si è rassicurata. Però mi ha colpito una cosa: inizialmente aveva attribuito l’errore (o la dimenticanza) a me, ma anche il dolo.

Di solito, quello che pensano gli altri mi interessa davvero poco – a meno che non siano pensieri notevoli o tali da costituire una statistica significativa. Però mentirei dicendo che la cosa non mi abbia colpita negativamente.

Era già accaduta, anzi a ogni buon conto accade spesso.

La prima volta che è successa è stato con uno con cui avevo avuto una storia per un breve periodo e che organizzava eventi. La frustrazione relativa al fatto che continuassi a ignorarlo (ma non per ragioni personali, tanto più che in una redazione ci sono molte persone, non io sola) deve essere stata talmente tanta per lui che ha pensato di scrivere al mio posto di lavoro, non sapendo probabilmente che la sua misoginia sarebbe stata solo di stimolo ai miei colleghi per difendermi.

Non lo so se le persone fanno questo perché mi avvertono lontana. O forse sono difficile da incasellare in una categoria. Mi vedono come una mina vagante, nonostante io sia una persona gentile, accomodante e abbia un’etica molto forte sul posto di lavoro.

Per tutte queste persone sono solo una comunista lesbica. E dato che nessuna delle due cose mi sembra un’offesa, non ho mai provato a scollarmi quest’etichetta di dosso. Ormai la cosa mi fa solo sorridere. Però continuo a chiedermi il perché. Non lo faccio ossessivamente, sono solo curiosa, come Wes Bentley in American Beauty.

È così difficile che una persona possa ragionare con la propria testa e al tempo stesso non perdersi in piccoli dispettucci quotidiani? Non è una domanda retorica, è proprio una domanda.